Storia di Usini
 
Home
Periodo prenuragico
Periodo nuragico
Le grotte naturali
Periodo  romano
Periodo giudicale
Le Chiese
Periodo spagnolo
La rivolta antifeudale
Il Vestiario Popolare
Il banditismo
Usini nel XIX secolo

 

 

 

 

In questa sezione vi presentiamo il libro su Usini scritto da Gianpiero Sanna,
realizzato nel 1992 grazie alle ricerche del "Gruppo Culturale Usinese"

USINI

di Gianpiero Sanna

Ricostruzione storico-descrittiva di un villaggio del Logudoro
Dalla preistoria ai primi dell'ottocento
Storia del bandito Cicciu Derosas

Ricerche del "Gruppo Culturale Usinese"

I testi sono corredati da un ampio apparato fotografico visitabile nelle sezioni "raccolta foto"

Stampato a Ozieri, presso la tipografia "Il Torchietto", nell'agosto del 1992

 

Leggi la prefazione di
Ignazio Delogu

Leggi la premessa di
Francesco Fiori

Leggi l'introduzione di
Gianpiero Sanna

 

 
 

PREFAZIONE
di Ignazio Delogu

 

Usini è un villaggio del Logudoro, a pochi chilometri da Sassari. La città, vicinissima e visibile, ne ha sempre costituito un punto di riferimento, senza mai imporsi però come "orizzonte unico" e, soprattutto, senza mai modificarne la specifica condizione di comunità dotata di ragioni e motivazioni proprie e di storia, anche, in qualche misura propria e unica. Non diversamente da quanto accade agli altri villaggi del Logudoro e della Sardegna, più in generale. Colpisce, semmai, questa "autonomia" per via della vicinanza alla quale si deve, probabilmente, anche la gelosa consuetudine della propria specificità.

Ciò è sicuramente vero a partire dal momento in cui la città, cioè Thathari, si sostituisce a Torres nella funzione di guida del territorio, diventando di fatto capitale del giudicato del Logudoro. È noto che il nome Thathari compare per la prima volta nel Condaghe di San Pietro di Silki (doc. 83) attorno al 1070. In quell'epoca e fino a quando la sede del potere giudicale rimase ad Ardara, il monastero di San Pietro di Siki costituì con tutta probabilità il centro più attivo di riferimento e di promozione della dinamica sociale ed economica della vasta area che, includendo Sassari, comprendeva un numeroso gruppo di villaggi: Usini, Tissi, Ossi, Uri, Ittiri, Codrongianus, Florinas, Cargeghe e Muros.

Nel Condaghe di San Pietro di Silki Usíni (Usune) è citato più volte, come lo è uno dei protagonisti della vita della Sardegna giudicale, quella famiglia degli Athen (e varianti) il cui ultimo discendente, "su duttore Attene", morì in Usini verso la fme degli anni '20. Oltre al nome del villaggio il Condaghe di San Pietro di Silki fa riferimento con una certa frequenza, per ragioni di donazione o di compravendita, alla toponomastica del territorio usinese, come pure a taluni abitanti del villaggio, i cui cognomi sono rimasti invariati (ma il fenomeno è comune all'isola intera) per almeno un millennio.

In età giudicale, dunque, Usini è un villaggio sicuramente coincidente con 1'attuale "bighinadu" denominato Usineddu per distinguerlo dal più grande villaggio formatosi in epoca successiva, e più propriamente a partire dalla seconda metà del XVIII sec., in età riformista quando cominciano a formarsi i nuovi quartieri di Sa Maja, Chirigu Murru e Chessa 'e Canes, con al centro Casteddu, cioè la piazza Castello.

Non esistendo in quel tempo un problema di rapporti cîttà-campagna, la sua vita si svolge secondo quella dinamica che il Condaghe dí San Pietro di Sílki ci consente di ricostruire. Un forte potere ecclesiastico, solo moderatamente attenuato dal potere giudicale, domina la vita complessiva della società che, sotto 1'apparente uniformità delle testimonianze e delle istituzioni, conosce notevoli differenze esistenziali, che si esplicitano in drammi e sofferenze perfettamente intuibili in una società estremamente povera, che non sembra conoscere la ricchezza e nemmeno il benessere, ma invece la servitù, la miseria e 1'oppressione, insieme a una ovvia ignoranza, che favorisce la meschinità, la violenza e la superstizione.

Quando la dialettica città-campagna comincia ad affermarsi alla fine dell'età giudicale, dopo la conquista aragonese e la definitiva affermazione di Sassari come capitale del Capo di Sopra, è probabile che anche la vita del villaggio di Usini abbia sperimentato qualche cambiamento. Intanto lo spopolamento del territorio, con la scomparsa di piccoli nuclei abitati segnalati dal Condaghe di San Pietro di SiIki (Torricla, Banios, Paulis, Mascar...), e soprattutto la scomparsa, insieme al villaggio, non del monastero, ma del potere dell'abbazia di San Pietro, da un lato deve aver favorito una certa crescita del villaggio superstite, dall'altro deve aver provocato un mutamento non del tutto negativo nei rapporti col potere economico che il monastero esercitava.

Vero è che a quel potere si sostituì il feudalesimo aragonese, vera e propria forma di esosa ricognizione fiscale inesorabile non meno nelle finalità che nei mezzi e che le ulteriori modificazioni, fino all'avvento del potere sabaudo, non furono di natura diversa, cioè meno brutale ed esosa.

È difficile, tuttavia, supporre che nei secoli dal XV al XVIII, nei quali Sassari cresce come nucleo urbano, diventa città e sede non solo del potere statale e feudale, ma anche del potere economico, in quanto luogo di produzione e di scambi, e, quindi, di accumulazione, Usini non abbia partecipato di quella dialettica sia pure incipiente e imperfetta, del rapporto città-campagna. La prossimità non poteva che favorire quella partecipazione e, a tempo debito, la collocazione del villaggio sul terreno della contestazione del potere urbano, coincidente con quello statual-feudale e con quello ecclesiastico. Quando la rivoluzione antifeudale inizierà il suo lungo e faticoso cammino, il consiglio comunitativo della villa di Usini sarà fra i primi a formulare il suo cahier de doleance, il suo ricorso alla Reale Udienza contro gli abusi feudali, è un lungo elenco che ciascun usinese doveva conoscere a memoria, tanto era esoso e beffardo, esso stava sicuramente alla base di quelle azioni contro il patrimonio e contro la persona, se non del feudatario, del suo fattore e dei suoi ministri, che si concretano in attentati, minacce, incendio dei magazzini baronali, 1'ultimo dei quali era ancora visibile in Usini sino alla metà di questo secolo in quello che, non a caso, si chiamava Su Uttorinu 'e Su Fattore.

Che gli usinesi abbiano partecipato all'assalto a Sassari nel 1795, insieme agli altri "villani" del Logudoro-Meilogu, è cosa nota. Come pure che abbiano fornito un modesto contingente a quel confuso e tumultuoso, ma ben poco efficiente corpo di spedizione che seguì 1'Angioy fino al ponte di Tramazza, ove si sciolse nel giugno del 1796. La villa di Usini aveva infatti stipulato un patto, con 1'assistenza del notaio di Ossi, col quale i segnatari stabilivano di non separarsi fino alla sconfitta dell'odiato regime feudale, contro il quale si impegnavano a lottare con tutti i mezzi.

Purtroppo, di questi due documenti (il ricorso alla Reale Udienza e 1'atto notarile citato) dei quali ebbi modo di prendere visione molti anni orsono, durante il sindacato del Dott. Achille Derosas, il quale forse li conservava fra le sue carte, non si è trovata traccia dopo la sua morte. Essi però mi autorizzano ad affermare che Usini fu attivo e in prima linea nella lotta contro il regime feudale. Né poteva essere diversamente, dato il carattere indipendente, 1'insofferenza del privilegio e della prepotenza, lo spirito immaginoso e il parlare sarcastico che è proprio degli usinesi, e in particolare di quel ceto bracciantile e dei contadini poveri che ne ha sempre costituito la maggioranza.

Fatta eccezione per la famiglia degli Attene (gli Athen, di cui sopra), non credo che vi abbia mai risieduto nessuna famiglia nobiliare né feudale, essendo il barone di Usini lo stesso Manca, duca dell'Asinara, che dimorava altrove. Vi si affermò, al contrario, un operoso nucleo di massajos e massajeddos, fra i quali si distinse un nucleo più ristretto di proprietarios, protagonista della dinamica economica e della conflittualità sociale dell'intero XIX secolo, nel corso del quale Usini conobbe, come ogni altro villaggio dell'isola, le conseguenze della fine tumultuosa e, spesso, sanguinosa dell'antico regime e 1'introduzione violenta del nuovo modo di produzione, cioè del capitalismo. Conobbe 1'usura, la fraudolenta appropriazione delle terre comuni de su populare, la progressiva scomparsa della pastorizia e 1'affermarsi di un agricoltura intensiva favorita dalla modestia dell'agro (3.000 Ha circa, tutti di proprietà privata) e da una notevole frammentazione della proprietà, cui fece riscontro il consolidarsi di un nucleo compatto di braccianti senza terra, e di un modesto ma vivace ceto artigianale, del quale è ancora vivo il ricordo.

Sullo scorcio del secolo conobbe sanguinosi episodi di conflittualità interni che ebbero nel "bandito" Francesco "Cicciu" Derosas, la loro espressione fisica ed emblematica.

Pur così vicino a Sassari, non ne è mai diventato una dipendenza. Neanche oggi, in regime, per così dire, di "quartiere dormitorio". Ha conservato con fierezza la sua specificità, la sua autonomia di "villaggiomondo", cui si accompagna una sensibile tendenza al recupero, attraverso la riflessione, 1'indagine sul territorio, la ricostruzione del costume e la rivalutazione della tradizione, delle "pratiche" e dei "saperi" locali, della identità fortemente compromessa da un precipitato processo di acculturazione e di omologazione, provocato da profondi mutamenti sociali e da una pressione costante e incontrastabile dei media. In questo contesto ricco di preoccupazioni si colloca il proficuo lavoro di Gianpiero Sanna e del Gruppo Culturale Usinese. Non è ancora la "storia di Usini", e gli autori della ricerca ne sono pienamente consapevoli, ma sono "quella puntigliosa indagine sul terreno" e quella "appassionata attività di studio e di ricerca" senza le quali difficilmente lo storico, cioè lo studioso del più complesso dei fenomeni, quello del rapporto dell'uomo con la natura e con gli altri uomini, difficilmente saprebbe uscire dal campo delle ipotesi, delle congetture e, se si vuole, delle intuizioni.

Io 1'ho letta come una guida all'appropriazione di quella parte della memoria collettiva che appartiene a ciascuno di noi. È stato come ritornare a casa. Un viaggio emozionante, alla fine del quale si scoprono, insieme a tante presenze gratificanti, anche le pur numerose e dolorose assenze.

Quando io lo conobbi, Usini era un villaggio carico di pena, alla vigilia di più guerre (Africa, Spagna, 2° guerra mondiale) e di sofferenze senza fine. Quando lo lasciai, nella seconda metà degli anni '40, era impegnato con dignità e passione nella asprissima lotta per la sopravvivenza, condizione per lo sviluppo successivo, che era la lotta per la terra.

In quella terra riposa il nobile agricoltore e agronomo (così ha sempre voluto che lo si chiamasse) che è stato mio padre, del quale mi sia lecito dire ciò che il poeta Jorge Manrique disse del suo, "el maestre don Rodrigo":

 Quel protettore dei buoni amato
per 1a sua Virtù
dalla gente...

 In quella terra sono riposte le mie radici. Altre sono altrove. Ma devo ad esse se posso dirmi anch'io usinese. Credo di aver testimoniato in altre occasioni e in molti luoghi della terra la mia fedeltà a quella appartenenza. E non è neppure mancata 1'occasione in cui il ricordo del villaggio, delle sue strade polverose (allora), dei suoi abitanti, mi è stato di conforto. Spesso nelle metropoli, dove ho trascorso gran parte della mia vita, e nelle strade del mondo, si è soli. Io lo sono stato forse meno, per via di quel ricordo. Il debito, dunque, è grande, è destinato a crescere, dal momento che non smetto di imparare. Un tempo, negli anni dell'infanzia e dell'adolescenza dai lepidi e icastici contadini dei quali sono stato discepolo - di alcuni ho il nome sulle labbra, se non lo scrivo è per evitare parzialità e malintesi - adesso, nella piena maturità, da giovani come quelli ai quali, senza rinnovare citazioni, va il mio ringraziamento e 1'augurio che la loro fatica incontri 1'approvazione e il sostegno che possano rinnovarne 1'entusiasmo per le future, necessarie ricerche.

 

Sassari, 27 luglio 1992

IGNAZIO DELOGU

PREMESSA
di Francesco Fiori

 

Si arriva ad Usini seguendo la vecchia strada provinciale, che si arrampica sinuosamente dal ponte sul fiume Mascari, sino ad insinuarsi tra gli ulivi, che rigogliosi adombrano il pianoro su cui sorge il villaggio.

Vengo immediatamente colpito dalla veduta dell'antica chiesa di S. Croce, i cui segni di un glorioso passato sono visivamente offuscati dall'infelice mano dell'uomo moderno.

Ai miei occhi, Usini, si presenta raggomitolato ma con strade larghe e regolari. Il sistema viario è ordinato come vi fosse rimasta impressa 1'impronta del periodo romano.

Le case, architettonicamente essenziali, sono per la maggior parte unifamiliari e, raramente, superano i due piani.

Percorro in tutta la sua lunghezza la via principale, un tempo "Carrela Manna", come si ricorda inciso sotto 1'attuale scritta via Roma, ritrovandomi in Piazza Castello. Il richiamo di antiche vestigia nobiliari è forte nella mia mente, ma guardandomi attorno non vedo castelli, neppure un segno che possa far intuire una sua presenza. Noto invece, con sorpresa, che pur essendo una piazza abbastanza ampia è aperta al traffico automobilistico, annullandone in parte 1'utilità come luogo di ritrovo.

Chiedo ad un anziano signore, seduto a riscaldarsi le ossa su una panchina, dove posso trovare informazioni utili su Usini ed i suoi abitanti. L'uomo mi squadra incuriosito e dopo qualche istante di imbarazzante silenzio, titubante mi indirizza verso il Municipio, al termine di via Marconi (1'altra strada principale). L'edificio comunale, si presenta semplice, con davanti un giardinetto curato, al centro del quale è ubicata una fontana in trachite rossa, scolpita, come mi informa un uomo che pota le siepi, da un noto artista locale.

In una stanzetta al piano terra, chiedo ad un impiegato dall'aria mite e sorniona se posso avere notizie riguardanti il paese; gentilmente mi porge i dati più recenti risalenti alla fine del 1991 ed insieme una cartina del territorio.

Osservando quest’ultima, ne deduco che 1'agro di Usini si presenta privo di asperità ragguardevoli, ed è racchiuso tra il Rio Mannu ed il suo affluente Mascari fino al loro congiungimento naturale in regione S. Giorgio.

Risalendo idealmente la Sardegna, da sud verso Nord, Usini si presenta come 1'ultimo avamposto del Logudoro prima di immettersi nella pianura della Nurra e nell'agro della vicina Sassari.

Analizzando i dati sulla popolazione, Usini contava, fino all'Ottobre del millenovecentonovantuno, 3796 abitanti rispetto ai 3561 del decennio precedente. L'incremento negli ultimi cinque anni è stato del 5,22%.

Come si può notare, il paese è in lenta ma costante crescita e 1'emigrazione, alquanto contenuta anche negli anni di maggior crisi, non ha portato grossi sconvolgimenti, che sono comuni alla maggior parte dei piccoli centri della Sardegna.

Dato curioso, e abbastanza anomalo, è rappresentato dal fatto che i soggetti femminili, censiti in 1882 unità, sono inferiori a quelli maschili in numero di 1914.

I nuclei familiari sono 1067, con una media di 3,56 persone ciascuno. Terminata la lettura di questi dati, riprendo la mia escursione nel cuore del paese. Le nuove costruzioni si alternano ad edifici cadenti ed in disuso. Nel centro storico, restano ancora intatte le graziose panchine in pietra.

Proseguendo il cammino mi appare improvvisa la periferia; anche qui nascono nuove costruzioni ma con strutture completamente diverse e con il giardino intorno.

Seduto su un muretto a secco, incontro un signore sulla quarantina. La pelle brunita dal sole,1'espressione intensa di chi ne ha già provate tante nella vita; invece è semplicemente un agricoltore stanco, al rientro dai campi.

Mi avvicino e gli chiedo del suo lavoro, dell'agricoltura locale, quali sono le colture prevalenti. Lentamente risponde che, pur se 1'agricoltore usinese è tenace e laborioso, usa ancora sistemi, se non proprio arcaici, quantomeno inadeguati al mondo agricolo attuale.

Il vino ed il carciofo sono i prodotti preminenti, ma la loro commercializzazione è rimasta ancorata a principi che erano validi alcuni decenni fa.

Intanto che parliamo, mi fa cenno di seguirlo, vuole farmi gustare il suo vino. Entriamo nella sua cantina adibita anche a ricovero attrezzi ed altro.

Nel frattempo che sciacqua i piccoli bicchieri, decanta le qualità del vino di Usini, esaltandone il gusto e la limpidezza.

Nel prosieguo della discussione, aprendo che solamente un produttore imbottiglia il suo vino, ottenendo nel mercato un successo più che apprezzabile.

Gli altri viticoltori, però, non hanno ritenuto opportuno seguire la stessa strada. Il vino offertomi effettivamente è ottimo e meriterebbe sicuramente miglior sorte commerciale.

Il mercato del carciofo subisce invece gli alti e bassi del mercato nazionale, ed è gestito quasi esclusivamente da commercianti del Nord Italia.

L'unica cooperativa esistente non è mai riuscita completamente ad emergere, rimanendo imprigionata in un meccanismo che la vede in posizione subalterna rispetto ai grossi imprenditori italiani.

Discorso a parte merita il settore olivicolo. Sono esistenti nel paese numerosi mulini a ciclo continuo che riescono a smaltire, oltre alla produzione locale, anche una buona parte delle olive dei paesi confinanti. Ultimamente per la raccolta si stanno utilizzando nuovi sistemi, compresa anche la scuotitrice meccanica. Sono stati invece completamente smantellati i vecchi mulini in pietra. Probabilmente è stato un errore grossolano perché molte richieste sono indirizzate verso un olio ottenuto con il metodo tradizionale.

Terminata la lunga chiacchierata e scolato un non precisato numero di bicchieri, saluto 1'amico agricoltore e mi rimetto in cammino verso il centro. Strada facendo penso che la gente di Usini sia veramente cordiale e soprattutto molto pacifica. Non ho incontrato nel mio tragitto sguardi ostili, solamente in po' di comprensibile curiosità.

Immerso nelle mie riflessioni mi ritrovo nuovamente in piazza Castello. Non avevo notato prima le belle paline che vi dimorano. Entro in locale ed ordino un caffè. Il vino bevuto innanzi mi ha stordito non poco. Mi siedo ed un tavolo, a fianco del quale un gruppo di giovani discute animatamente, sorseggiando del Vermentino con gassosa. Sento che la chiamano "signorina": che nome buffo per una bibita!

Cerco di captare i loro discorsi; parlano di cultura e di ricerche, riferite alla loro realtà sociale. Uno con gli occhiali afferma che gli usinesi sono alquanto restii allo studio ed al mantenimento delle tradizioni. Quello che sta di fronte con la faccia più scaltra, non è assolutamente d'accordo. Secondo lui ad Usini i fermenti culturali sono oltremodo vivi. Esiste da molti anni un affermato coro che si è conquistato uno spazio tutto particolare nel panorama folk della Sardegna. Questo gruppo pur se ha iniziato la propria attività seguendo canoni non prettamente consoni alla tradizione locale, nel proseguire la sua ricerca, ha rispolverato e reso noti antichi brani ormai caduti nel dimenticatoio.

Da poco tempo si è formato anche un altro coro.

La novità del momento è rappresentata dalla nascita della "Pro Loco". Essa dovrebbe riuscire ad organizzare e promuovere le varie manifestazioni atte al ricupero del patrimonio culturale del paese.

È presente, seppur con obiettivi diversi, un'altra associazione: il volontariato del soccorso, meritevole di lode ai fini sociali ed umanitari. Un altro giovane, quello con 1'aria più trasognata, rimpiange invece lo scioglimento per mancanza di sede e di fondi del Gruppo Culturale Usinese. Quest'ultimo, in pochi anni è riuscito a valorizzare i vari aspetti degli usi e costumi dì Usini. Inoltre ha contribuito alla ricostruzione storica mediante approfondite ricerche, riprese poi da un componente del gruppo con 1'intenzîone di riunirle in un volume.

Credo ormai di aver capito il carattere di questa gente. Essendo fondamentalmente bonario 1'usinese trova nella bicchierata tra amici il momento migliore per esporre le proprie idee, le proprie convinzioni.

Riparto da Usini soddisfatto della mia visita. Sono piacevolmente sorpreso della disponibilità, della affabilità degli abitanti. Con un impegno maggiore e con più ottimismo potrebbe diventare il luogo ideale per viverci. Il posto migliore per passare, alla fine dei miei viaggi, il resto della mia vita.

 

Da Un diario immaginario di un viaggiatore immaginario

   di FRANCESCO FIORI

 

INTRODUZIONE
di Gianpiero Sanna

 

Possiamo considerare il presente lavoro come il risultato delle solerti e appassionate attività di studio e di ricerca condotte dal Gruppo Culturale Usinese in quasi cinque anni di ininterrotta operosità.

Molta attenzione è stata dedicata all'esame dei materiali documentari contenuti nelle biblioteche universitarie di Sassari, Cagliari e Milano; nondimeno si è presa visione delle preziose fonti archivistiche conservate nell'Archivio di Stato di Sassari, nell'Archivio di Stato di Cagliari, nell'Archivio del Comune di Usini e nell'Archivio Storico Diocesano di Sassari.

Contemporaneamente, una puntigliosa indagine sul terreno ha permesso il censimento e la schedatura delle emergenze archeologiche esistenti nell'ambito del territorio comunale usinese.

Inseriti nel quadro più generale della storia della Sardegna, troveranno posto, nelle pagine che seguiranno, i principali avvenimenti che caratterizzarono la preistoria del territorio e la storia del villaggio di Usini. Pertanto, dalla trattazione dei più interessanti monumenti di età prenuragica, nuragica, punica e romana, si proseguirà con lo studio delle vicende storiche susseguitesi in età giudicale e nei periodi di dominazione aragonese e spagnola, fino alla costituzione del Regno Sabaudo di Sardegna, con particolare riferimento ai moti antifeudali angioiani.

A tutto questo si associa un discorso sul vestiario popolare usinese dell'ottocento, riguardante sia 1'abbigliamento femminile, feriale e di gala, sia quello maschile.

Meritevole di interesse è anche un'altra realtà sociale usinese: il banditismo, che, seppur caratterizzato da aspetti tutt’altro  che positivi, riempie indiscutibilmente una pagina di primo piano nel capitolo delle tormentate vicende della Usini del secolo scorso.

Un sentito ringraziamento va a tutti coloro che a vario titolo hanno contribuito alla realizzazione di questa monografia.

Per il grande impegno dedicato al recupero e alla salvaguardia del patrimonio storico di Usini sono particolarmente grato agli amici del Gruppo Culturale Usinese: Francesco Fiori, Geppi Piras, Torettino Fiori, Francesco Canu, Antonello Rassu e Pietro Germini.

Per 1'esame e 1'attribuzione cronologica dei reperti archeologici raccolti nelle campagne di Usini si è rivelato determinante 1'apporto tecnico del dottor G. Mario Demartis della Soprintendenza Archeologica di Sassari.

Per 1'attiva partecipazione dimostrata in occasione dell'esplorazione archeologica del territorio ringrazio Natalino Fiori, Mario Muroni, Franco Cuccuru, Tonio Canu e Salvatore Porcu.

All'allestimento delle varie manifestazioni culturali organizzate dal Gruppo Culturale Usinese hanno prestato la loro opera Antonella Masia, Francesca Anedda, Tonia Canu, Annarita Tuseddu, Paola Tuseddu, Annarita Frau, Annalisa Cherchi, Letizia Chighine, Annarita Pisoni e Maria Domenica Derosas.

Alla traduzione italiana di antichi documenti latini ha gentilmente collaborato Anna Masia.

Ringrazio ancora: Barore Masala e Francesco Masia; il professor Ignazio Delogu, autore della prefazione; Paolo Sechi per avermi fornito alcune notizie biografiche su Stanis Ruinas; il parroco di Usini don Giovanni Masala per le utili informazioni riguardanti la chiesa di Santa Maria.

I rilevamenti relativi alle domus de janas di S'Elighe Entosu e Sos Baddulesos e al nuraghe di Pianu `e Filighe sono stati eseguiti da Francesco Fiori e Angelo Angius.

Gran parte dell'apparato fotografico è stato curato da Gianfranco Ghiani.

         

             Usini, 27 agosto 1992

                                            GIANPIERO SANNA

 

 

 

Home | Storia di Usini | Preferiti | Raccolta foto | Siti consigliati | Contatti

Ultimo aggiornamento: 04-11-12