La rivolta antifeudale

04-11-12

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I MOTI ANTIFEUDALI

 

Alla fine del XVII secolo gli eventi politici europei furono turbati dalla guerra di successione spagnola che vide contrapporsi, nel raccogliere l'eredità della corona di Spagna, l'arciduca Carlo d'Austria e Filippo V di Spagna.

Col trattato di Utrecht del 1713 1a Sardegna cadde in mano agli Asburgo che vi governarono fino al 1717, quando, su iniziativa del cardinale Alberoni, gli spagnoli ne ripresero il possesso. In seguito, con il trattato di Londra del 1718, l'isola venne assegnata a Vittorio Amedeo Il di Savoia, in cambio della Sicilia. Questi affermò la sua sovranità soltanto due anni dopo, accollandosi il titolo di Re del nuovo regno di Sardegna.

I piemontesi si resero subito conto delle precarie condizioni economiche e sociali nelle quali i secoli di dominazione spagnola avevano lasciato i territori sardi. Perciò il governo sabaudo volle avviare una politica riformatrice al fine di risanare l'agricoltura e favorire il ripopolamento dell'isola.

Nel 1759 Carlo Emanuele III, succedette al padre Vittorio Amedeo II ed ebbe il merito di avvalersi della collaborazione del Ministro Bogino per attuare le sue idee di riforma. Furono ripri­stinati i monti frumentari) e si costituirono i monti nummari.

Vennero restaurate le università di Sassari e Cagliari. La politica piemontese dovette, però, incontrare la forte opposizione dei feudatari, la cui prepotenza, i cui soprusi, unitamente ai pesanti tributi feudali imposti ai vassalli, avevano creato un notevole malcontento tra la popolazione.

Tra i feudatari del capo di sopra si distinse, su tutti, don Antonio Manca Amat, duca dell'Asinara e di Vallombrosa. Questi possede­va, oltre alle isole Asinara e Piana, anche i marchesati di Mores e Montemaggiore, le baronie di Ossi e di Ardara, la contea di San Giorgio, e godeva del reddito di ben 150.000 lire. Egli visse nel palazzetto dei baroni di Usini (piazza Tola, a Sassari) e aveva fama di arrogante e violento. Si racconta che un giorno, durante una battuta di caccia, ordinò ad un suo vassallo di chinarsi per terra, in modo tale che della sua schiena facesse un seggio per la comodità del suo padrone, stanco del lungo cacciare e desideroso di riposo. A quel punto il contadino, sentendosi oltraggiato dal bizzarro e prepotente comando, sfoderò, oltre al coraggio, la lama lucente del suo coltello e, indicando la punta di quest'ultimo, rispose «Ecco signor duca, sedete su questa».

L'aneddoto è sintomatico del malessere sociale del tempo. Giungevano in quegli anni gli echi della rivoluzione francese e spirava in Sardegna un forte vento di liberalismo e di radicali voglie innovatrici. Nacque, insomma, il movimento antifeudale.

Infatti, le pur significative riforme proposte dai regnanti piemon­tesi non conseguirono gli effetti sperati, tantoché i maggiori proble­mi della popolazione restarono pressoché irrisolti.

Nel luglio del 1793 ci furono agitazioni popolari a Sennori, Sorso, Usini, Tissi, Osilo e Ploaghe; sommosse e ribellioni si ebbero anche l'anno seguente, quando molti villaggi del Logudoro, tra cui Usini e Tissi, insorsero rifiutandosi di pagare i tributi feudali e promuovendo atti di violenza contro i feudatari e i loro fattori. Fu in quell'occasione che gli usinesi assalirono il magazzino del fattore del duca dell'Asinara, incendiandolo e privandolo di tutte le scorte.

Il 24 novembre 1795 i vassalli di Thiesi, Cheremule e Bessude formarono una coalizione antifeudale e, subito, furono imitati da altri villaggi. Proprio quell'anno fu pubblicato l'inno dei moti antifeudali sardi, quell' .Inno de su patriottu sardu a sos feudatarios, che si canta ancora oggi ed è meglio conosciuto come Procurare 'e moderare barones sa tirannia e la cui invenzione si deve al Cav. Francesco Mannu di Ozieri.

Intanto la situazione venne ad aggravarsi e a Sassari si costituì, tra 1'aristocrazia e l'alto clero, una sorta di alleanza contro i chiassosi fermenti innovatori. Cosi, in seguito ai contrasti sorti tra il governatore di Sassari Santuccio ed il Viceré di Sardegna Vivalda, quest'ultimo nominava tre commissari affinché venissero inviati nel Capo si Sopra per fornire un più preciso quadro della situazione e, eventualmente, portare a conclusione gli episodi di rivolta. Erano, però, questi alti funzionari, convinti seguaci del partito progressista che faceva capo all'avvocato di Bono Giovanni Maria Angioy e perciò, durante la loro spedizione, non tardarono a prendere definitivamente le parti del popolo. In ogni villaggio che visitarono furono accolti da folle osannanti che si dichiaravano disposte ad appoggiare con le armi la loro missione. Pertanto, si decise di entrare con la forza nella roccaforte dei feudatari: la città di Sassari. Tra la mattina del 28 dicembre 1795 i rivoltosi, guidati da France­sco Cilocco e Gioacchino Mundula, giunsero alle porte di Sassari e posero il loro quartiere generale nella chiesa di Sant'Agostino. Tra le bande armate che parteciparono all'assalto vi erano quelle di Osilo. Sorso, Sennori, Usini, Tissi, Ossi, Uri, Sedilo e Ploaghe: 3.000, forse 13.000 uomini. Dopo sette ore di combattimenti il governatore Santuccio dichiarò la resa della città, e tra le condizioni poste ai vinti, si stabilì la consegna in ostaggio del governatore stesso e dell'arcivescovo Della Torre. I nobili si videro costretti a darsi alla fuga con le loro famiglie; tra quelli che scapparono vii furono il duca dell'Asinara, i marchesi di Sedilo, Busachi e Muros, il conte di Ittiri e il barone di Uri. Fu in quella occasione che, durante i tumulti, le bande dei rivoltosi assalirono e depredarono il palazzo del duca Antonio Manca Amat. Lasciato al governo di Sassari il cav. Antonio Fois, il 31 di­cembre, il Cilocco e il Mundula ripartirono alla volta di Cagliari, con al seguito i prigionieri e le truppe degli insorti. Giunti nei pressi di Oristano furono, però, raggiunti da un dispaccio del viceré che condannava l'arbitraria. occupazione di Sassari e ordinava l'imme­diata liberazione degli ostaggi. Il Cilocco rifiutò, ma, costretto a Sardara dalle milizie regie, dovette rinunciare al proseguimento del viaggio,

Nel frattempo si ebbe l'ascesa al trono di Sardegna di Vittorio Amedeo III, e il vicerè Vivalda, preoccupato dai crescenti disordini che sconvolgevano i territori del settentrione dell'isola, decise di inviare nel Logudoro l'avv. G.M. Angioy, con il titolo di Alternos e con l'incarico di sedare i tumulti e pacificare le popolazioni ribelli.

Angioy partì da Cagliari il 13 febbraio 1796 e il suo viaggio, durato quindici giorni, si svolse all'inizio regolarmente, ma, supe­rata Oristano, crebbe in lui l'interesse per i problemi che angustia­vano il popolo oppresso e, in lui, si risvegliarono i mai sopiti ideali di riformismo.

Ovunque, nei villaggi che visitò, ebbe eccezionale accoglienza e fu visto come un liberatore, per cui indugiò nella sua vera missione, schierandosi apertamente dalla parte dei vassalli, contro la tirannide dei feudatari.

I128 febbraio entrò con le sue truppe nella città di Sassari, dove venne accolto trionfalmente e gli vennero tributati tutti gli onori. All'interno della cattedrale si fecero solenni funzioni religiose e si cantò il Te Deum.

Il 17 marzo 1796, nel più grande patto antifeudale, si strinsero ben 32 villaggi. La coalizione fu sottoscritta a Thiesi dai delegati di quel villaggio, unitamente agli altri di Usini, Tissi, Ittiri, Ossi, Uri, Osilo, Sorso, Sennori, Muros, Cargeghe, Florinas, Codrongianus, Villanova Monteleone, Monteleone Roccadoria, Mara, Padria, Poz­zomaggiore, Mores, Ardara, Rebeccu, Semestene, Bonorva, Bessu­de, Banari, Siligo, Cheremule, Santulussurgiu, Nulvi, Cossoine, Giave e Sindia.

Il 2 giugno 1'Alternos G.M. Angioy, seguito dalle sue truppe, si rimise in viaggio recandosi a Tissi, Usini, Ossi, Florinas, Thiesi e Bonorva.

Dappertutto venne ricevuto dalle popolazioni festanti. Il 6 giugno, scortato da 200 armati, entrò con la forza a Macomer, due giorni dopo si diresse alla volta di Oristano.

Nel frattempo, avuto sentore dello sviluppo degli avvenimenti, il vicerè Vivalda spedì un dispaccio all'Angioy con il quale si invitava 1'Alternos a fare immediatamente rientro a Cagliari e considerare, così, conclusa la sua missione. In seguito, avuta la certezza che la spedizione angioina era solo servita a far precipitare gli eventi, e sentendosi i feudatari del capo di sotto in pericolo per il dilagare delle ribellioni che minacciavano di arrivare anche a Cagliari, si decise di rimuovere 1'Alternos dal suo incarico e di spedirgli incontro le truppe regie al fine di arrestarlo.

Destituito dal vicerè e braccato dalle milizie, Angioy decise di ritornare sui suoi passi e, passando per Santulussurgiu, Bonorva e Thiesi, con le sue truppe che, stanche e demoralizzate, lo stavano pian piano abbandonando, fece rientro a Sassari il 16 giugno e, il giorno dopo, visti ormai compromessi gli esiti della rivolta, piuttosto che cadere nelle mani dei suoi avversari, preferì imbarcarsi,da Portotorres alla volta di Livorno, da dove ripartì per giungere a Torino il 16 dicembre, deciso ad appellarsi direttamente al Re Carlo Emanuele IV, nel disperato tentativo di risollevare le sorti della rivoluzione.

Il sovrano piemontese deluse le aspettative dei rivoltosi sardi e non solo decise di non intervenire in aiuto alla loro causa, ma pose sotto processo lo stesso Angioy, che si vide costretto nuovamente alla fuga. Nel settembre del 1797 partì per Parigi dove a nulla valsero i suoi tentativi diretti ad ottenere il coinvolgimento e la mediazione politica della repubblica francese, e in quella città si spense il 22 marzo 1802.

In Sardegna, ripresa in mano la situazione e ripristinata la legalità, i nobili feudatari fecero rientro a Sassari. Le milizie regie si scatenarono in feroci persecuzioni contro gli uomini della rivoluzio­ne. Molti angioiani furono tratti in arresto e molti altri vennero condannati a morte. Si organizzarono spedizioni punitive contro i villaggi del Logudoro che erano fedeli all'Angioi. Il 19 - 20 luglio 1797 ci furono violente repressioni a Bono; il 10 - 12 agosto uguale sorte toccò agli abitanti di Usini, Tissi, Ossi e Osilo. A Sassari venne istituita una catena di processi che videro come crudele inquisitore il terribile Valentino, giudice della reale udienza. Il 22 - 23 settembre Thiesi insorse nuovamente e, per risposta, il 6 ottobre le truppe regie saccheggiarono il villaggio.

La rivoluzione angioiana si concluse con i moti di Gallura nel giugno del 1802 e con l'arresto di Francesco Cilocco che venne fustigato e rinchiuso nelle carceri di San Leonardo a Sassari. L' 11 agosto del 1802 il Cilocco venne trascinato alle forche del Carmine vecchio, e li giustiziato mediante impiccagione; sopravvenuta la morte fu decapitato e la sua testa venne appesa alle porte della città ed esposta alla visione di tutti i cittadini; il resto del suo corpo fu dato alle fiamme e le sue ceneri si sparsero al vento. La medesima sorte spettò a molti altri rivoluzionari. Con queste feroci condanne capitali si vanificarono del tutto le speranze dei sardi di liberarsi dal giogo del feudalesimo. Per questo dovettero attendere altri 54 anni.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 17-11-07