Il banditismo

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Usini nel XIX secolo

 

 

 

 

IL BANDITISMO

I briganti Francesco Derosas e Luigi Delogu

 

Nella seconda metà dell'ottocento la pace sociale della comunità di Usini era continuamente turbata dallo sviluppo di molteplici conflitti interni di carattere politico con i quali, gli usinesi, pur di conquistare o mantenere il potere nell'ambito del villaggio, non esitavano a compiere impunemente atti delittuosi e nefandezze di ogni genere.

Pertanto, sul finire del secolo scorso, si distinguevano in Usini due distinte fazioni politiche in profondo contrasto tra loro. Entram­be facevano capo ai notabili del paese: da una parte stava il partito del dottor Giuseppe Michele Melis e dell'avvocato Giommaria Camboni: dall'altra si contrapponevano i sostenitori di Giuseppe Derosas e del reverendo Francesco Cocco. Non furono pochi i ricatti, le minacce, i furti e gli omicidi commessi in quegli anni in nome della supremazia politica o nel mascherato tentativo di affermare vari interessi privati.

Alla base di questi intrighi politici sono da ricercarsi le cause che contribuirono alla nascita della vicenda del bandito Cicciu Derosas, il quale, all'età. di vent'anni, travolto dagli eventi e dalle lotte di parte, venne a trovarsi invischiato in una storia troppo grande per lui, tantoché, inevitabilmente, finì per subirne le conseguenze.

La pubblicistica ottocentesca e i componimenti dialettali del tempo presentarono la figura del brigante Derosas non come quella solita del criminale spregiudicato o dell'omicida senza scrupoli, bensì, riscontrarono nella stessa i caratteri tipici dello stereotipo del fuorilegge "gentiluomo": criminale sì, ma, paradossalmente, onesto. Infatti, agli occhi dell'opinione pubblica, egli non uccise che per vendetta e si distinse non solo per la particolare ferocia usata per liberarsi delle spie o di quelli che vedeva come i responsabili delle sue disavventure, ma le sue gesta balzarono alle cronache anche per il coraggio e lo sprezzo del pericolo dimostrati in occasione delle sue "imprese" più eclatanti e, spesso, per la nobiltà dei sentimenti che traspare molte volte dagli scritti nei quali sono rintracciabili sue notizie. Tra questi ultimi, furono proprio i manoscritti autografi dello stesso "imperator del verde logudoro" (come lo definì Sebastiano Satta ad alimentare il mito del bandito di Usini. Si tratta di una sorta di memoriale nel quale lo stesso Cicciu ripercorre, con minuzia di particolari, le tappe iniziali della sua "carriera" di fuorilegge. Gran risalto ebbero le sue gesta sui quotidiani isolani del tempo e non solo in quelli. Famosa è l'intervista che rilasciò allo stesso Sebastiano Satta e all'altro pubblicista Gastone Chiesi nella grotta di Setti Funtani presso Sassari, lo stesso luogo che nel maggio del 1894 fu teatro della sua cattura e di quella del suo compagno di sventura, il bonorvese Pietro Giovanni Angius.

Durante il periodo di latitanza il famigerato Cicciu Derosas si unì, oltre che al predetto Angius, anche all'altro bandito usinese Luigi Delogu, formando la sciagurata e tristemente famosa triade di fuorilegge che imperversò nel circondario di Sassari per più di due anni, seminando il terrore nei villaggi e nelle campagne del Logudoro e dando spesso tragiche notizie di sé.

Ma il mito e la leggenda di Cicciu Derosas conobbero un triste epilogo e, come castelli di carta, crollarono nella Corte d'Assise di Sassari durante i vari procedimenti penali che vennero istituiti a suo carico. In quella sede, il bandito di Usini, costretto da prove inconfutabili e testimonianze determinanti, finì per confessare forse il suo vero volto: quello del sicario a pagamento; un'immagine sinistra che tante volte si era inorgoglito di non possedere e che fino all'ultimo tentò di nascondere al mondo intero e, forse, anche alla sua stessa coscienza.

Francesco Derosas

 

Francesco "Ciccíu" Derosas nacque a Usini i15 febbraio 1861 da padre Angelo e madre Maria Antonia Delogu. Era il secondo di cinque figli: Maria Luigia era la primogenita, poi seguivano Salva­tore Giovanni Antonio e per ultimo, Gavino Simone9. Rimasto orfano a soli 17 anni, per la morte del padre avvenuta nel 1878, ottenne per questo motivo l'esonero dal servizio militare di leva ed essendo il maggiore tra i figli maschi, si accollò ben presto la responsabilità di reggere da solo le sorti della famiglia. Aveva ereditato dal padre il mestiere di contadino e così, tra una giornata e l'altra, impiegandosi come bracciante agricolo in quei pochi lavori stagionali che la campagna intorno al paese poteva offrire, Cicciu Derosas trascorse tranquillamente il suo breve periodo di gioventù.

Intanto, nella Usini del tempo, si erano fatte strada due fazioni politiche distinte e fortemente opposte tra loro, la popolazione era divisa: chi parteggiava per l'uno, chi per l'altro partito; e così Ciccíu Derosas, costretto da legami di parentela con il reverendo France­sco Cocco, finì per fiancheggiare il gruppo di quest'ultimo che faceva capo a Giuseppe Derosas e ai fratelli Giuseppe e Francesco Michele Virdis, ovvero i più ricchi possidenti del paese. La lotta tra le due fazioni era talmente aspra che i loro fautori, spesso e volentieri, usavano servirsi di sicari a pagamento per compiere atti intimidatori o per liberarsi definitivamente di qualche scomodo oppositore.

Probabilmente legato a questi fatti fu l'omicidio di Domenico Perzeu, un giovane di Usini, il cui cadavere venne ritrovato orren­damente mutilato la mattina del 17 ottobre 1881 nella vigna di un certo Giovanni Bellu, in territorio di Usini e poco distante dalla cantoniera di Ferru Ezzu.

Il giovane Cicciu, trovandosi coinvolto in quel delitto, figurò come testimone al relativo processo e, in quella sede, fornì una dichiarazione, giudicata poi falsa, che ne determinò la pesante condanna a dieci anni di reclusione.

Infatti, nel corso delle indagini per l'omicidio Perzeu, essendosi raccolti in un primo momento indizi di reità contro Giovanni Bellu e i figli di questo Tommaso e Salvatore ed avendo i medesimi presentato difese apparentemente valide, furono in seguito scarcerati e, sentite le testimonianze di Cicciu Derosas e Lorenzo Pinna (che pare fosse il vero esecutore del delitto), venne incolpato dell'omicidio del giovane Domenico, Antonio Perzeu, il padre dell'ucciso il quale, qualche mese dopo, fu a sua volta prosciolto da ogni accusa grazie alle deposizioni risultate poi determinanti del dottor Giuseppe Michele Melis e di Clotilde Cocco, Maria Antonia Sotgia e Antonio Sechi. Per queste testimonianze si ebbe il rinvio a giudizio di Giovanni e Tommaso Bellu, di Lorenzo Pinna e di Cicciu Derosas.

Intanto Lorenzo Pinna, messosi in sospetto, si diede alla la­titanza e prima tentò di uccidere un certo Francesco Chessa, barracello di Usini e in un secondo tempo, i1 28 marzo 1883, entrò nascostamente in paese e trovato in una bettola Antonio Perzeu, lo uccise con due fucilate. Infine, qualche tempo, dopo venne nuova­mente arrestato.

Per questi fatti si procedette contro i Bellu, il Pinna e il Derosas e contro di essi fu pronunciata l'accusa. Il processo, tenutosi nella Corte d'Assise di Sassari, si concluse con la sentenza del 30 settembre 1884, che stabilì la condanna di Giovanni e Tommaso Bellu, per l'omicidio premeditato di Domenico Perzeu, ai lavori forzati a vita; di Lorenzo Pinna, per l'omicidio di Antonio Perzeu, per il riferimento di Francesco Chessa e per falsa testimonianza, alla pena di morte; infine di Francesco Derosas, per la sola falsa testimonianza, a dieci anni di carcere.

Il bandito di Usini si professò sempre innocente di quella falsa testimonianza; anche più tardi, quando dopo la sua cattura venne più volte processato e confessò ben altri delitti, attribuì la colpa delle sue disavventure giovanili alle inimicizie paesane ed alle cospirazio­ni politiche che devastarono la Usini del secolo scorso.

Pertanto, forse con l'animo di chi ingiustamente subisce una condanna, il 29 giugno 1885 partì dalla Sardegna diretto al reclusorio di Milano dove avrebbe dovuto scontare interamente la pena. Giunto a destinazione venne immediatamente assegnato a1 reparto tessuti e successivamente, lasciato quell'impiego per motivi di salute, ottenne il trasferimento al settore falegnami dove divenne in poco tempo "capo squadra intagliatore". Durante la reclusione era però perennemente tormentato da tristi propositi di vendetta contro quelle persone che deponendo contro di lui al processo Perzeu ne avevano determinato il rinvio a giudizio e la condanna a dieci anni.

Nel giugno del 1891 per grazia sovrana gli furono condonati gli ultimi tre anni e tre mesi che rimanevano da scontare e fece così ritorno a Usini dove per qualche mese tenne un comportamento irreprensibile, lasciando credere che avesse intenzione di dedicarsi ad una stabile occupazione. Ritornò al lavoro dei campi e inoltre, l'anziana madre, che forse aveva il presentimento di quanto stava per accadere, per dissuadere il figlio dalle idee fisse di vendetta, si dava da fare per combinarne le nozze con Franceschina Cocco, nipote del reverendo Francesco Cocco, il vice-parroco di Usini.

Ma il rancore serbato per oltre sette anni contro coloro che avevano rovinato la sua gioventù fu più forte di ogni altro in­tendimento, e fu probabilmente la vendetta la vera ragione che spinse Cícciu Derosas alla strage di Usini, anche se egli stesso, più tardi, accusò il reverendo Cocco di averlo istigato ad uccidere per motivi di interesse politico. Così, nel pomeriggio del 4 novembre 1891, Cicciu Derosas uscì di casa armato di fucile, pistola e coltello e incontrato il dottor Giuseppe Michele Melis lo uccise in piena strada con due colpi di arma da fuoco. Successivamente, nonostan­te qualcuno tentasse di trattenerlo, si precipitò a casa di Clotilde Cocco contro la quale, quantunque fosse in avanzato stato di gravidanza, esplose un colpo di arma da fuoco che le cagionò la morte dopo due giorni di agonia. Proseguendo la via e incontrata sull'uscio di casa Maria Antonia Sotgia, la uccise con un colpo di arma da fuoco all'addome. Non contento ancora della truce vendet­ta e lasciato il paese, si diresse verso le campagne di Uri e giunto in regione Baingio Pisano, incontrò Antonio Sechi intento a lavorare la vigna e lo uccise con diversi colpi di arma da fuoco e ripetute lesioni di arma da taglio.

Perpetrato il massacro Cicciu Derosas si diede alla latitanza, nascondendosi probabilmente nelle vicinanze di Usini per meglio sorvegliare i movimenti dei suoi avversari e soprattutto per control­lare la reazione dei familiari delle vittime dell'eccidio.

In paese, infatti, superati i primi attimi di sgomento che la tragica impresa di Cicciu aveva suscitato, i parenti del defunto dottor Melis si preoccupavano di farlo arrestare cooperando attivamente con i carabinieri. Venuto a conoscenza di questi fatti, il brigante usinese scrisse e fece recapitare nel dicembre del 1891 una lettera ad Antonio Diego Melis, fratello del defunto dottor Giuseppe Michele, minacciandolo di morte se non avesse smesso di interes­sarsi alla sua cattura. Inoltre, pochi giorni dopo, indirizzò a Francesco Michele Virdis di Usini altre due lettere cariche di intimidazioni e ricatti al fine di estorcere allo stesso Virdis una certa somma di denaro che solo in parte avrebbe ricevuto se i carabinieri non avessero intercettato il messaggero mentre era in procinto di consegnare al Derosas la somma di lire 500 che il Virdis aveva già sborsato come acconto. Le campagne intorno a Usini erano ormai divenute un rifugio poco sicuro per il bandito Derosas. La zona era continuamente battuta dai carabinieri che senza sosta gli davano la caccia; Pertanto, vedendosi ormai accerchiato e approfittando del fatto di avere amici e conoscenti nei pressi di Cossoine, verso la fine del 1891 cercò riparo in quei luoghi, protetto dall'omertà degli abitanti e dai proprietari degli ovili che incontrava durante i suoi spostamenti e nei quali si rifugiava.

A Cossoine in quei tempi era stato ucciso il giovane pastorello Nicolò Bonu e per quel delitto vennero arrestati i tre figli del cossoinese Battista Piredda il quale, per scagionare i propri con­giunti, andava in giro spargendo la voce che il colpevole di quell'omi­cidio fosse proprio il latitante di Usini che era stato visto frequentare quei luoghi. Ma Cicciu Derosas non era uomo da lasciarsi accusare impunemente di delitti non commessi da lui: fu la morte del Piredda. Così, nel pomeriggio del 20 dicembre 1891, mentre si recava da Cossoine alla regione Su Cattari dove aveva l'ovile, Battista Pìredda si trovò faccia a faccia con il suo assassino:

 

Da "La Nuova Sardegna" del 14 settembre 1894, (interrogatorio di Francesco Derosas in Corte d'Assise).

 "In territorio di Cossoine, ove io mi trovavo, per la morte di un ragazzo arrestarono i figli del Piredda. Questi per salvare i figli dall'imputazione andava accusando me, dicendo che io avea ucciso il ragazzo perché m'avea negato un agnello. «Che diranno ípastori di me?» Pensai io, e andai a cercare Piredda per parlargli, tanto più che mi si diceva pure che si dava attorno per darmi in mano ai carabinieri. Lo incontrai in campagna, egli non mi conosceva, e per nascondermi parlavo in sassarese. Anche a me raccontava che Derosas auea ucciso quel ragazzo e aggiunse «E se viene da queste parti!...».Allora io gli dissi: «Eccomi: Derosas sono io, e questa e l'ora di accusarmi e di prendermi. Gli sparai e l'uccisi..."

Nel frattempo a Usini era stato tratto in arresto Gavino Simone Derosas, il minore dei fratelli di Cicciu Derosas. Scontento di questo fatto, il latitante usinese scrisse nel marzo 1892 due lettere minatorie che vennero recapitate al Prefetto della provincia di Sassari e al Procuratore del Re presso ìl tribunale di Sassari, con le quali minacciava le predette autorità di gravi danni alle loro persone se non avessero liberato immediatamente il fratello.

Fu nella primavera di quell'anno che Cicciu Derosas conobbe Pietro Giovanni Angius di Bonorva, suo coetaneo e anch'egli latitante per aver ucciso la moglie Maria Luigia Marruncheddu che lo tradiva con il fratello e, quindi, colpevole del piú infamante adulterio!

Derosas e Angius giunsero insieme a Banali verso la fine di marzo del 1892 dove ebbero a che fare con un certo Antonio Marresu, una guardia di città di Sassari distaccato a Banari per servizio di pubblica sicurezza, il quale, unitamente ai carabinieri collaborava alle ricerche dei due latitanti. Venuti a conoscenza di quanto sopra, i due banditi si presentarono nel pomeriggio del 25 marzo 1892 nella regione Sa Roccule, in territorio di Banari, dove si trovava intento a lavorare la vigna Francesco Marresu, fratello del predetto Antonio, contro il quale Angius e Derosas profferirono minacce di morte e solo grazie all'intercedere del proprietario della vigna, il dottor Francesco Marras, i due desistettero dai loro feroci propositi risparmiando il Marr•esu e tuttavia, minacciando di ster­minare la sua famiglia se lui ed il fratello non avessero smesso di dare manforte alla giustizia e non fossero immediatamente partiti da Banari.

Un altro efferato delitto imputabile alla famigerata coppia Derosas-Angius fu l'assassinio del poeta bonorvese Paolo Mossa, avvenuto a Nurapé, nelle campagne di Bonorva, il 6 agosto 1892. Un delitto per il quale solo in un secondo momento si vennero a conoscere i colpevoli. Infatti il Mossa non era un confidente dei carabinieri e per nessuna ragione e in nessuna occasione si era interessato alle faccende di Derosas e Angius, era però ricco e potente e come tale era odiato e aveva alcuni nemici che desidera­vano la sua morte. Tra questi ultimi vi erano anche persone a lui molto vicine, come la stessa figlia Angela e il genero Francesco Polo. I due latitanti non uccisero il Mossa per vendetta perché nulla avevano di che vendicarsi e per questo motivo non confessarono subito le loro colpe: come poteva il bandito di Usini deturpare in un sol colpo la propria immagine di giustiziere di spie e traditori che tanto faticosamente si era costruito? La verità venne a galla più tardi, riconosciuta dallo stesso Derosas in sede dibattimentale nel processo Mossa del 1896, quando tutto era ormai perduto.

Il documento che riportiamo di seguito figura tra i numerosi atti del processo Mossa celebratosi nella Corte d'Assise di Sassari nel marzo del 1986. Si tratta dell'interrogatorio di Cicciu Derosas che fu verbalizzato l'8 novembre 1894 nelle carceri giudiziarie di Sassari. Nella sua deposizione, il brigante usinese, dopo aver indicato come mandanti dell'omicidio la stessa figlia dell'ucciso Angela Mossa e il fidanzato di questa Francesco Polo, racconta dettagliatamente come avvennero le circostanze del delitto:

 

Dall'Archivio di Stato di Sassari, "Procedimento penale contro Derosas Francesco", anno 1896.

"Ci portammo io e 1’Angius sopra una collina nel predio di Antoni Angelo Cherchí poco discosta dalla cascina medesima e dalla quale mercé il binocolo che io portavo meco afferravamo tutti i movimenti del Mossa. Quindi stettimo tre giorni in attesa che il Mossa uscisse dal predio suo per restituirsi in paese e finalmente nel terzo giorno al calar del sole lo vedemmo uscire a cavallo dal suo podere ed avviarsi verso Bonorva. Corsimo precipitosamente ai piedi della collina e ci portammo frettolosi nella regione Nurapé ove ci appiattammo in un predio rasente al muro di cinta che costeggia il viottolo per il quale dovea il Mossa transitare. Quando infatti egli arrivò in direzione del luogo ove eravamo noi appiattati, l’ Angius si alzò ed esplose un colpo di fucile contro di lui. Immediatamente dopo io gli sparai contro ambe le canne del mio fucile e quindi 1’ Angius esplose l'altra canna...

Nel periodo che Derosas e Angius stettero alla macchia ope­rarono su un campo d'azione assai vasto compreso fra i territori di Giave, Cossoine e Bonorva, non disdegnando qualche sortita nei territori di Usini, patria del Derosas e precisamente nella grotta­rifugio di Setti Funtani. Non si può dire che conducessero un'esi­stenza tranquilla e priva di stenti, diffidavano di tutto e di tutti e non si fermavano mai a lungo in uno stesso luogo. Ottimi marciatori, percorrevano durante i loro spostamenti distanze enormi e usavano tutte le precauzioni soprattutto quando, per cercare provviste o per ritemprarsi dalle fatiche, si avvicinavano agli ovili o addirittura, quando le ricerche dei carabinieri si facevano meno insistenti, si rifugiavano nei centri abitati, forse all'interno delle proprie abitazio­ni. Cicciu Derosas, per esempio, fu visto molte volte entro l'abitato di Usini durante la latitanza, pare perfino che parenti e amici facessero a gara per ospitarlo così come si fa per un personaggio importante e gradito. Nell'estate del 1892 il bandito di Usini si ammalò di polmonite e riuscì a curarsi nei pressi di Sassari. In città entrava e usciva con tutta disinvoltura, vestito da artigiano.

Nell'ottobre del 1892 un'eco impressionante ebbe lo scontro a fuoco di Nuraghe Idda, nel quale i latitanti Derosas e Angius ingaggiarono battaglia per diverse ore con dodici carabinieri, e pur essendo da questi completamente circondati riuscirono, protetti dall'oscurità, ad eludere l'accerchiamento e incredibilmente a sot­trarsi alla cattura:

 

Da "La Nuova Sardegna" del 16 ottobre 1892

 

"Alcuni informatori, allettati dalla taglia che pesava sul bandito di Usini, sapendo che il Derosas si aggirava nei pressi di Giave, avvisarono il comandante la stazione di Bonorva che il Derosas si sarebbe dovuto trovare alle nove di ieri sera nei pressi di Giave.

Il comandante la stazione con i suoi carabinieri organizzò pertan­to in regione Nuraghe 'e Idda un servizio di appiattamento che portò ad un primo scontro tra i carabinieri ed il Derosas.

Il Derosas si trovava in compagnia di altri tre latitanti, tra i quali Angius di Bonorva ed un altro di Ottana L•.1

I banditi incalzati dai carabinieri andarono a nascondersi in Badde Mura, nei salti di Cossoine, in una proprietà del cav. Luigi Obino.

Lì presso sorge un nuraghe ed il terreno si rialza ad un altipiano, quasi inaccessibile, irto di rovi, di alberi, di dirupi. Intanto dalle stazioni di Cossoine e Torralba arrivarono rinforzi.

In tutto si riuscì a raccogliere dodici carabinieri che accerchiarono la rnacchia dove i banditi si trovavano ancora nascosti.

Il comandante della stazione dispose allora che tre carabinieri si inoltrassero nel fitto dei macchioni e vi si appiattassero.

Stamane alle sei, mentre nel gran silenzio della campagna pesava come un gran mistero e pareva che nessuno fosse lì intento a meditare la strana caccia, Derosas o credendo che nessuno lo vedesse e che i carabinieri avessero abbandonato l'appiattamento, o volendo temerariamente evadere, rompendo la cerchiafatale, cercò di scavalcare una rupe.

L'appuntato Giuseppe Porzio di anni 41, comandante la stazione di Torralba, accortosi del tentativo, sparò due colpi di Weterly che andarono falliti.

Il Derosas, distante appena dodici metri dal Porzio, rispose con altre due fucilate che andarono a ferire il povero carabiniere alla mano destra, forandola, mentre impugnava il calcio del Weterly e penetrando nel costato destro_ "

 

La notizia del scontro di Nuraghe Idda destò vivissima im­pressione agli occhi dell'opinione pubblica e contribuì ad accrescere la popolarità dei banditi Derosas e Angius, tantoché questi erano ormai considerati imprendibili e quasi invulnerabili. Il più grande pericolo per loro era rappresentato dalle spie dalle quali dovevano guardarsi in ogni momento ed alle quali faceva gola la taglia di ben 8.000 lire che pesava sulla loro testa. Dopo lo scontro di Nuraghe Idda era corsa voce che alcuni confidenti avessero collaborato con la forza pubblica, dando le opportune indicazioni per snidare dalle loro grotte i due banditi. La voce pubblica riferiva che uno di questi informatori fosse un certo Filippo Faedda di Giave. I due latitanti non perdonavano le spie e perciò la sorte del Faedda era segnata. Infatti, il suo cadavere venne ritrovato la mattina del 21 ottobre 1892 in regione Sorres Falches, in territorio di Giave:

 

Da la "Nuova Sardegna" del 1 novembre 1892.

 

"Il Derosas si crede per vendicarsi del servizio di informazioni prestato dal Faedda ai carabinieri, l'altro giorno gli uccise due cavalli.

Il bandito di Usini stette dopo per una intera giornata appiattato, aspettando Faedda, ma questi non si fece vedere.

L'indomani però, mentre da Giave si recava alla campagna, portando un basto sulle spalle, s'imbatté in un compaesano che gli chiese dove si recava. II Faedda ríspose che si recava in un suo chiuso per mettere il basto ad uno dei cavalli e per fare dopo un carico di legna. I tuoi cavalli sono stati ammazzati tutti e due, gli disse. Il Faedda corse a trovare un suo parente che si trovava presso la nostra stazione ferroviaria di Giave. Non era però ancora arrivato che apparve a cavallo il Derosas, il quale, dopo aver intimato al parente del Faedda di allontanarsi, gridò alla sua vittima: - Raccomandati l'anima a Dio perché non ti restano che pochi minuti di vita. Il Faedda pallido e tremante tentò di giustificarsi. Il bandito non lo lasciò parlare e dopo avergli gridato: - Taci vile spia, - gli sparò contro il suo fucile stendendolo al suolo (... ]Dopo ciò, rimontato a cavallo, si allontanò per la campagna... "

 

Un'altra vittima della ferocia di Cicciu Derosas e Perazuanne Angius fu Giovanni Andrea Sale di Banari. Costui era cognato di quel Francesco Marresu al quale nel marzo del 1892 i due banditi promisero tremende rappresaglie se non avesse smesso di dare loro la caccia insieme al fratello Antonio, guardia di città in servizio a Banari. Pertanto, poiché sembrava che il Sale, noncurante delle minacce di Derosas e Angius, collaborasse alacremente col cognato e con i carabinieri nel dare la caccia ai due latitanti, questi ultimi, il 10 novembre 1892, gli tesero un agguato mortale nelle campagne di Banari e precisamente in località S Adde de Ziu Giuanne:

 

Da la "Nuova Sardegna" del 12 novembre 1892

"Ieri mattina, verso le 10 e mezzo, si trovavano attendendo ad alcuni lavori campestri in Badde Barattu, territorio di Banari, l'agri­coltore Giovanni Andrea Sale del fu Giuseppe, di anni 46 circa, nato e domiciliato a Banari, un servo di lui ed un suo amico. Mentre erano intenti al lavoro, chiacchierando allegramente tra di loro, udirono a poca distanza uno sparo ed il fischio di una palla diretta contro il Sale.

Il povero agricoltore, che per minacce ed avvisi ricevuti, comprese la sua sorte, buttati da una parte gli strumenti da lavoro, gridando e supplicando, prese a fuggire per la campagna.

Intanto dalle macchie sbucarono Derosas e Pietro Giovanni Angius - compagno di latitanza del bandito di Usini - e presero ad inseguire il misero che fuggiva per scampare da loro. Corsero così per circa un quarto d'ora dando la caccia al Sale e di

quando in quando sparando contro il fuggitivo dei colpi di fucile che andarono a vuoto.

Stanchi della corsa i due banditi, e crescendo in quell'ansia della fuga il loro dispetto e la loro efferatezza, trovati per la campagna due cavalli che pascolavano (...] vi montarono a bísdosso e ripresero la corsa per raggiungere la loro vittima.

Dopo una mezz'ora, giunti nella regione Birdighinzu, il Sale, vedendo che non vi era più via di scampo per lui si arrese piangendo, supplicando in ginocchio i due banditi che gli perdonassero se pure li aveva offesi.

Ma i due assassini non ascoltando né i lamenti né le preghiere di quel misero, spianati i fucili, glieli esplosero contro, rendendolo nell'istante cadavere.

Quando il Sale fu ucciso Derosas e Angius, abbattuto un muro, presero a coprire coi sassi il cadavere ancora caldo e sanguinante della loro vittima, ergendogli addosso come un tumulo.

Compito il misfatto il Derosas consegnò a Giuseppe Cherchi, che era l'amico che si trovava in quella campagna col Sale, un bigliettino dove si dichiarava che gli assassini del Sale erano Derosas ed Angius> firmatari di quel biglietto... "

 

Nell'aprile del 1893 a Derosas e Angius si unì Luigi Delogu, l'altro famoso bandito di Usini che si era dato alla macchia dopo aver ucciso un certo Cosimo Pistidda, suo paesano nonché acerrimo nemico. A Derosas, Angius e Delogu fu attribuita l'uccisione di Giovanni Maria Angius di Bonorva, il cui cadavere venne rinvenuto crivellato di colpi di arma da fuoco la mattina del 29 giugno 1893, nelle campagne di Buddadargíu, in territorio di Bonorva:

 

Da "La Nuova Sardegna" del 1 luglio 1893.

"Da Bonorva giungono notizie di un altro grave fatto di sangue del quale vengono ritenuti autori i due banditi Angius e Derosas.

II pastore Giovanni Maria Angius, noto Peoccìa, uomo sulla cinquantina, pregiudicato e zio del latitante Pietro Angius, ieri matti­nanfu trovato ucciso con un colpo d'arma da fuoco presso  la cantoniera Tilipera distante una mezz'ora da Bonorua, posta lungo la strada che da quel paese porta a Macomer.

Appena avuta la notizia del fatto, in Bonorva non si voleva prestare fede a quella voce avendo molti, íeri mattina alle 8, visto il Peoccia che sfaccendava allegramente in paese. Il  figlio di lui però. Antonio, giovinetto di 17 anni apprendista calzolaio, corse alla cantoniera, ed ivi vide il padre. disteso morto al suolo, tutto imbrattato di polvere e di sangue. Dícesi che dall'infelice figíio sia stato trovato un biglietto legato al piede del padre. Nel biglietto pare che fosse scritta una dichiarazione del Derosas e dell Angius che si confessavano autori del misfatto.

A Bonorva si crede che il Peoccia sia stato ucciso dai due banditi che sospettavano di vedere in lui un confidente dei carabinieri... "

Un'altra spia che subì l'ira di Cicciu Derosas e Perazutanne Angius fu un certo Luigi Canti di Ploaghe detto Masciarone, il quale più volte aveva manifestato ai due latitanti il desiderio di unirsi a loro. Pertanto, per accertarsi se il Canti fosse una spia, il Derosas gli scrisse una lettera dandogli appuntamento alle porte di Sassari,

nei pressi della chiesa di San Pietro di Silki. Il Masciarone, che altri non era che un collaboratore della giustizia, vi fece andare i carabinieri. Derosas e Angius, avendo fiutato il tranello, non si presentarono nel punto prestabilito e riuscirono così a farla franca per l'ennesima volta.

L'uccisione di Luigi Canu arrivò puntuale il 7 luglio 1893 per mano di Angius e Derosas nella regione S'Iscalone, in territorio di Ploaghe:

 

Da "La Nuova Sardegna" del 9 luglio 1893

"L’ Antonio Luigi Canu, agricoltore, sui 40 anni, ieri verso l'una del pomeriggio faceva ritorno in Ploaqhe da una tanca di Pietro Sini, posta in regione S’ Aidorza, distante un'oretta, dal paese. Il Canu si era recato colà per legnare. Fatte le legne, caricò i. fasci sul suo cavalluccio efece ritorno in paese. Il cavallo procedeva avanti con la corda abbandonata sul collo.Il Canu seguiva cantarellando per lo stradone polveroso e deserto.

Giunto presso il paese, alla distanza di circa 150 metri dal convento S. Antonio, dove è la stazione dei carabinieri e precisamente nel punto detto Sa Niera, prese a salire per l'erta. Ad un tratto tuonarono tre spari da un muricciolo seguiti quasi contemporaneamente da un quarto sparo. Le palle andarono a fracassare la testa del Canu che cadde bocconi, rantolando in un mare di sangue. Ucciso il Canu, tre uomini ritenuti per Derosas, Angius e Delogu sbucarono dall'agguato. IlDerosas toltosi di tasca un biglietto lo pose in mano della vittima (...] I tre latitanti commesso il fatto come abbiamo detto si allontanarono dirigendosi verso la vallata che si spinge al campo d'Ozieri, dicendo a quanti incontravano per la via, se avessero trovato per ístrada un cadavere non si fossero spaventati né avessero accusato alcuno del delitto perché essi n'erano gli autori.. "

 

Gli ultimi due omicidi per i quali i banditi Derosas e Angius dovettero subire un ulteriore procedimento penale furono quelli perpretati ai danni del bonorvese Giovanni Musio, avvenuto nella campagne di Coronas, in territorio di Bonorva il 16 agosto 1893 e del cossoinese Luigi Dettori, avvenuto a Salurgius, nei dintorni di Cossoine il 26 dicembre dello stesso anno.

Per quanto concerne il delitto Musio, dobbiamo dire che gli inquirenti del tempo dovettero faticare non poco con le loro indagini prima di trovare un colpevole. Infatti Cicciu Derosas, nonostante le accuse rivoltegli, si riconobbe sempre estraneo a quell'assassinio, negando fermamente di esserne stato l'autore o quantomeno il complice. Soltanto più tardi, in sede dibattimentale, Perazuanne Angius sconfessò il compagno attribuendo ad entrambi la paternità del delitto. Il Musio pare fosse un confidente dei carabinieri, un fiduciario, e come tale venne giustiziato dai due feroci banditi:

 

Da "La Nuova Sardegna" del 19 agosto 1893

 "In questo momento giunge in paese la notizia dolorosa di un altro terribile fatto di sangue. Giovanni Musio, facoltoso proprietario e negoziante, giovane simpaticissimo e assai noto, è stato assassinato con arma da fuoco, nelle sue tanche, in regione Coronas, poco distante da Bonorva.

L'assassinio pare sia stato commesso di pieno giorno; nessuno ne seppe nulla, finché il cadavere, per una fatale combinazione, fu rinvenuto stasera sul tardi.

Il Musio quasi tutti i giorni si recava alle sue proprietà di Coronas presso Rebeccu, ove teneva del bestiame. Anche ieri mattina vi si era recato a cavallo. Verso le 10 e mezzo ant. dopo di aver dato alcuni ordini ad un ragazzo suo servo pastore, se ne ritornava in paese, dove lo si aspettava a pranzo. Poco dopo il ragazzo udì due fucilate, ma siccome la regione è frequentata da cacciatori, non se ne fece caso. La sera poi, girando quà e là, scorse da lontano il cavallo del padrone legato ad un muro. Meravigliato di questo e risovennendosi delle fucilate, s'impensierì e dopo attente ricerche, capitò su una grotta sulla collina, all'altezza di oltre 20 mL dal suolo, ove trovò disteso ed immerso in una larga pozza di sangue, il cadavere dell'infelice giovine (...] Le supposizioni sono molte e vaghe, tanto più che il Musio apparteneva ad una famiglia potente, che ebbe parte importan­tissima nelle storiche lotte intestine tra le duefazioni famose dei Fiu e dei Bonu, circa 40 anni orsono... "

Varie ipotesi si fecero anche alla ricerca delle motivazioni che spinsero il Derosas e l'Angius all'uccisione del cav. Luigi Dettori. Era questi persona ricca e potente e dobbiamo dire che a Cossoine si era fatto molti nemici. Tra questi ultimi si distinguevano Giusep­pe Obino e Leonardo Spina ai quali la voce pubblica contestava il

fatto di aver istigato i due famosi latitanti ad uccidere il Dettori stesso.

Non si devono però dimenticare i tragici fatti di Nuraghe Idda, per i quali sembra che il Dettori avesse giocato un ruolo determinan­te: quello del confidente dei carabinieri!

 

Da "La Nuova Sardegna" del 30 dicembre 1893.

"Il Dettori (...] la mattina del 26 alle ore 9 partì per Pozzomaggiore con un branco di scrofe, guidate da un suo servo per venderle colà: ed infatti le vendette quasi tutte; gliene rimasero tre sole; allora pensò di lasciarle al pascolo nella tanca Salaggios e vi si avviò anche per informarsi dei buoi e dei giovenchi di là fuggiti o rubati.

Non sospettava pericoli. Chi poteva conoscere la decisione da lui presa all'improvviso?

Per maggior precauzione, anziché battere le strade consuete, prese ad attraversare i campi: giunto alla regione Bombei per recarsi ai suoi predi lì vicini, si inoltrò in un sentieruolo incassato tra le roccie. Il servo camminava innanzi a piedi guidando le tre scrofe, il Dettorí seguiva a pochi metri di distanza a cavallo; ad un tratto dalla

sommità delle roccie coperte di fitti cespugli partì una fucilata che uccise il cavallo, e con esso cadde per terra il Dettori gridando:

Ohi! mama mia! - Seguirono da un altro punto due fucilate che colpirono il Dettori, una al petto e l'altra alla clavicola sinistra. II servo agli spari si volse e stette così impietrito dallo spavento; .fece poi un passo come per soccorrere il caduto, ma dai macchioni sbucarono tre uomini, puntando i fucili contro il servo e gli imposero di ritornare a Cossoine e di annunziare ai carabinieri la morte del Vettori per opera del Derosas ed Angius: non pensasse ad avvertire, la`famiglía. Il servo partì, ma volto lo sguardo al posto dell'eccidio poté vedere che i tre assassini si gettarono sul Dettori che ancora ran tolava con coltelli in mano per  finirlo [ .. ] Mentre inferocivano sul cadavere dandogli ben 23 coltellate, il servo udì che gridavano «un anno fa fu nostra la pasqua, oggi la mala pasqua è la tua alludendo allo scontro di Nuraghe Idda.

Appena pervenuta la nuova del truce fatto si recarono sul posto i carabinieri delle vicine stazioni e il delegato di P.S. di Bonorva e trovarono il corpo del Dettori a cui mancava la testa: era stata, attorno attorno al colto, tagliata la carne e quindi stroncate le vertebre cerv,icali... "

 

Intanto Luigi Delogu, il terzo della banda sanguinaria, si univa sempre più raramente alle scorribande dei suoi più feroci compa­gni. Pare che fosse entrato in dissidio con, il Derosas e l'Angius o addirittura si pensò che soffrisse di un qualche male oscuro che gli impediva di battere velocemente la campagna. L'ultima volta nella quale ufficialmente comparve al fianco degli altri due latitanti fu nel febbraio del 1894, in occasione della famosa intervista che i tre banditi rilasciarono a Sebastiano Satta e Gastone Chiesi nella grotta di Setti Funtani presso Sassari.

Il famigerato terzetto di fuorilegge si sciolse nel marzo 1894 quando Luigi Delogu, avuta la notizia che la moglie, approfittando della sua assenza, lo tradiva impunemente con un certo Giuseppe Ferru di Usini, si separò da Cicciu Derosas concedendosi al proprio destino,

Pertanto il Delogu non era presente a Badu 'e Rena, in territorio di Cossoine, quando il 14 maggio 1894 1'Angius e il Derosas, traditi da Giovanni Pintore e Filippo Carboni, scamparono miracolosa­mente ad un sanguinoso agguato nel quale rimasero comunque gravemente feriti:

 

Da "La Nuova Sardegna" del 17 maggio 1894.

 "I latitanti* erano arrivati a Badu 'e Rena nella notte. Si unì a loro, con provviste un fiduciario. Dopo aver mangiato e bevuto - dicesi che il vino bevuto da Angius e Derosas fosse oppiato - si coricarono nella posizione suddetta. D'un tratto due si levarono (il Carboni e il fiduciario) e a bruciapelo spararono contro Angius e Derosas.

Derosas cacciò un grido: Ohi! traittos semus! Feridu a sa conca so, Perazuà, custa est s'ora. L’ Angius saltò in piedi e scaricò il fucile contro i due che sparirono fra le tenebre rese più dense per il tramonto della luna..."

Pochi giorni dopo il fatto di Badu 'e Rena e precisamente la mattina, del 29 maggio 1894, circa 20 carabinieri, guidati dal maggiore Eugenio Baratono e dal capitano Adolfo Cappelli, venuti a sapere che i due latitanti avevano trovato rifugio nelle vicinanze di Sassari, si portarono in regione Setti Funtani dove in seguito ad un drammatico conflitto a fuoco nel quale perse la vita il valoroso maresciallo 'Vittorio Audisio, trassero in arresto i due banditi che stanchi e indeboliti dopo lo scontro di Cossoine, dovettero finalmen­te arrendersi dopo oltre due anni di latitanza:

 

Da "La Nuova Sardegna" del 30 maggio 1894.

"Stamane verso la una e 30, i marescialli Audisio Vittorío, addetto al comando della divisione, Bolano Raffaele addetto al comando della compagnia e Pillai Francesco comandante la stazione di Sassa­ri, per ordine improvviso, svegliarono tutti gli uomini disponibili.

Appena pronti in numero di venti col maggiore Baratono ed il capitano Cappelli partirono per la regione Sette Funtane, un'ora circa distante da Sassari sulla via di Rizzeddu.

Con tutte le precauzioni immaginabili i carabinieri, divisi in tre gruppi, comandato ciascun gruppo da un maresciallo, giunsero nel predio dei nobili Flippo e Pietro Satta di Ozieri, passando per quello del sig. Francesco Saccomanno.

Attorniata la casa, di campagna e presa la posizione mediante marcia avanti, i tre gruppi si restrinsero tanto che il gruppo del maresciallo Audisio si trovò sul piazzale della casa dal lato destro

dietro un macchione di fichi d'india, avendo alle spalle una roccia tagliata a picco dell'altezza di 6 metri.

All'avvicinarsi dei gruppi, i cani del vignataro Sau Salvatore si Misero fortemente a latrare nel momento proprio in cui l Audisio poté distinguere due uomini, addossati ad un muricciolo d'un viottolo che fronteggia la casa Senza frapporre indugio, il bravo maresciallo, col brigadiere Pintor Luigi ed i carabinieri Sulas e Pisano, si slanciarono contro i due appostati, uno dei quali si dava alla fuga mentre l'altro, certo Trofa Antonio di Usiní.

Nel mentre lo sconosciuto fuggiva scaricò due colpi contro i carabinieri, colpendo il maresciallo Aud.isio alla tempia destra il quale dopo una fioca esclamazione cadde sul brigadiere Pintor, insanguinandolo.

I carabinieri risposero al fuoco appena, furono pure fatti segno ad altre fucilate dalla valle in cui credevasi vi fossero delle vedette. Anche dalla casa partirono fucilate. senza colpire alcuno.

Il maggiore Baratono sbucò sul piazzale animando i suoi di­pendenti. Senza punto badare al pericolo che correua, entrò nella. casa la cui porta era semiaperta e seguito dal maresciallo Pillai, dal brigadiere Pintor, da un carabiniere, si cacciò per una scaletta di dieci scalini, larga cinquanta centimetri, che conduce al piano superiore. Bussato ripetutamente alla porta. ingiunse di aprire al maggiore dei carabinieri, dopo un poco d'esitanza, fu aperto. Derosas e Angius feriti nello scontro di Cossoine si arresero senza, opporre resistenza. Il Derosas disse: Mi arrendo al maggiore dei carabinieri!.. . "

 

L'arresto di Cicciu Derosas e Perazuanne Angius costituì l'avve­nimento più rilevante nella provincia di Sassari di fine secolo, tanto da suscitare l'attenzione della stampa nazionale ed estera, oltre a riempire le prime pagine di tutti i quotidiani sardi. Ai funerali solenni celebrati in onore dell'eroico maresciallo Vittorio Audisio, partecipò una folla imponente, circa 20.000 persone accompagna­rono il feretro in commovente silenzio lungo il corso Vittorio Emanuele di Sassari.

Intanto i due terribili fuorilegge, rinchiusi in celle separate, furono sottoposti per oltre tre mesi ad una sferzante serie di interrogatori. La fase istruttoria che preparò il procedimento penale fu lunga e complicata, visto il numero e la gravità dei reati ascritti a Derosas e Angius; con le drammatiche confessioni dei due banditi si acquisirono nuovi elementi ed emersero ulteriori indizi di reità persino nei confronti di persone insospettabili come il reverendo Francesco Cocco, arrestato a Usini, sul sagrato della chiesa di Santa Maria pochi giorni dopo il fatto di Setti Funtani.

Nei villaggi e nelle contrade di campagna del Logudoro non si parlava che dei due famosi briganti, e visto il clamore che si era creato intorno alla loro cattura, era logico attendersi un gran concorso di folla a Sassari, la mattina del 13 settembre 1894, quando, nel giorno di apertura del processo, Derosas e Angius vennero tradotti dalle carceri di San Sebastiano alla vicina piazza Ospedale, dove aveva sede la Corte d'Assise:

 

Da "La Nuova Sardegna" del 14 settembre 1894.

 "Alle 6,30 dinanzi alle carceri e sulla piazza dell'ospedale, non ci sono che pochi curiosi.

Il cielo è grigio; l'afa molesta: pare debba scoppiare un temporale. Alle 6,45 parte alle carceri la vettura dentro alla quale han preso posto, oltre a Derosas ed Angius, quattro carabinieri. In cassetta vi è un altro carabiniere.  La vettura, circondata da numerosi carabinieri e guardie di città, va piuttosto lentamente e giunge alla Corte quasi alle 7.

Derosas ed Angius sono accompagnati nella camera di sicurezza. Intanto aumenta la folla di curiosi. Un picchetto di fanteria è disposto all'ingresso ed all'interno. Alle 8,30 la folla è enorme; via Ospedale è addirittura sbarrata da una colonna di cittadini... che la forza pubblica cerca di tenere a distanza.

Vi è il capitano dei carabinieri sig. Cappelli.

In un angolo del cortile, donde si accede alla sala di udienza in mezzo a due fitti gruppi, vedonsi la madre di Derosas e quella di Angius, insieme ad altri parenti dei due accusati.

Alle nove meno 5 minuti entrano nella gabbia i due accusati.

Silenzio profondo: tutti gli sguardi si appuntano sui due índívidui, le cui gesta per tre anni commossero così profondamente la nostra provincia.

Francesco Derosas di Usini ha una cacciatora e gilet di velluto color marrone, pantaloni neri, ed un berretto di pelliccia in mano: è pallido, sbarbato, coi baffi castagni; è alquanto calvo: ha l'occhio sinistro coperto da una benda: il naso, il cui osso fu rotto dalla palla che lo colpì a Badu `e Rena, è rattratto e deformato: l'occhio senza scintilla d'intelligenza: sorride tra ironico e dolente.

Pietro Giovanni Angius è vestito completamente d'orbace, nel severo costume di Bonorva: ha il braccio sinistro, in cui fu colpito da otto palle, sostenuto al collo da un fazzoletto color caffè.  In questo momento si apre la porta per cui deve penetrare il pubblico, e questo si precipita a larghe onde, urlantisi e tumultuanti nella tetra corsia dell'ospedale che serve di... tempio della giusti­zia... .

 

Il processo del 1894 si concluse dopo 20 giorni di dibattimento il pomeriggio del 2 ottobre, quando nella sala delle udienze della Corte d'Assise di Sassari, davanti ad una folla immensa, venne pronunciata la sentenza che condannava Francesco Derosas e Pietro Giovanni Angius alla pena dell'ergastolo:

 

Da "La Nuova Sardegna" del 3 ottobre 1894.

 "Alle ore 14,15 rientrano i giurati.

La sala è affollatissima. Moltissime signore. Si fa un profondo silenzio.

Il capo dei giurati legge il verdetto.

Tutte le circostanze relative alla legittima difesa, alla provocazione ed alla seminfermità di mente e diminuenti la responsabilità degli accusati sono negate.

Non si concedono attenuanti a nessuno dei due accusati. Il presidente fa firmare il verdetto.

Sono le 14,35.

Sono fatti entrare Derosas e Angius.

Il cancellíere legge il verdetto.

Gli accusati lo ascoltano indífferenti.

Pres. La parola è al P.M.

P.M. La giustizia trionfa. Il verdetto civile e patriottico tranquilliz­za gli onesti! Le vittime dell'íra e dell'odío di Derosas e Angius possono dirsi vendicate. Domando che la pena dell'ergastolo sia esasperata per il Derosas nella misura di 12 anni e di 10 per Angius.

Pres. La parola è alla difesa.

Avv. Mossa (difensore di Francesco Derosas). Non censuro né elogio il verdetto.

Avv. Castiglia (perAngius). Non ho nulla da dire, avrei desiderato non si fosse parlato di vendetta (...J

Laa corte si ritira e rientra subito pronunziando la sentenza che condanna Derosas ed Angius alla pena dell'ergastolo (a vita), esa­sperato nella misura di cinque anni per il primo e di tre per il secondo.

Molti si affollano dinanzi alla gabbia.

La folla rimasta fuori si riversa nella sala per vedere gli accusati. Derosas pesta i piedi. Il presidente fa ritirare gli accusati.Sono le 15,15. La folla si disperde lentamente commentando il verdetto...

Altre due volte Cicciu Derosas e Perazuanne Angius dovettero sedere sul banco degli accusati per rispondere delle tante loro malefatte. Altrettanto furono le condanne all'ergastolo inflitte loro dalla Corte d'Assise di Sassari: nell'agosto del 1895 si celebrò il processo per l'uccisione di Giovanni Musio e Luigi Dettori; nel marzo dell'anno successivo terminò il dibattimento per l'omicidio di Paolo Mossa.

L'ultima comparizione ufficiale del bandito Derosas si ebbe nel dicembre del 1899, in occasione del processo istituito contro Luigi Delogu e nel quale figurò come testimone. Poi più nulla si seppe di lui; la stampa smise dì interessarsene e così pure i poeti dialettali. Trascorse gli ultimi anni della sua vita in una cella di isolamento del penitenziario di Santo Stefano dove si trovava incarcerato per espiare i suoi molteplici crimini. Dimenticato da tutti si spense nei primi anni di questo secolo.

Luigi Delogu

 

Luigi Delogu, l'altro compagno di sventura di Francesco Derosas e Pietro Giovanni Angius, separatosi da questi ultimi nel marzo del 1894, decise di costituirsi spontaneamente al vìce-prefetto di Sassari nell'ottobre del 1899, dopo quasi sette anni di latitanza. Processato a Sassari, in Corte d'Assise, nel dicembre dello stesso anno, venne condannato alla pena dell'ergastolo.

Grazie ad un'eccezionale intervista rilasciata dal bandito stesso al giornalista Guido Gabardi e pubblicata da "L'Illustrazione Italiana" il 5 marzo 1900, possiamo ricostruire la vicenda di Luigi Delogu:

 

"È terminato alle Assise di Sassari il processo contro Luigi Delogu: che fu condannato all'ergastolo; il bandito che col Derosas e 1’ Angius formò la triade famigerata e terribile.

Ebbi col Delogu dei rapporti... di mestiere; ed ecco come:

Partito da Firenze, mi trovai sbalestrato col mio battaglione in Sardegna, in certi paesi sporchi, ignari di civiltà, dove mi domandavo esterrefatto se la ruota del tempo aveva fatto un giro retrogrado trasportandomi a un tratto all'epoca dei primi barbari domînatori.

Alquanto tempo dopo la splendida operazione che condusse allo sterminio il famigerato quintetto dei Serra Sanna, lessi sulla Nuova Sardegna che l'ultimo dei più famosi latitanti si era costituito onde espiare la pena.

Un bel giorno, per ordine superiore,  partivo col mio plotone alla volta di Usini, piccolo paese alle porte di Sassari e fu qui che feci intima conoscenza col Delogu. Lo vidi per la prima volta sulla lunga strada ciottolosa, che solca il paese, tutto vestito a nuovo, di nero, alla continentale, col piede piccolo calzato elegantemente e colla corta berritta rovesciata all'indietro sulla nuca.

Lo vidi e ne riportai profonda impressione.

L'avevo sognata ben diversa la fisionomia d'un br-igante. Quel­l'aria quasi gioviale, quel sorriso quasi bonario, che mostrava urta doppia fila di denti bianchissimi, quei saluti, le parole, le strette di mano che dispensava dovunque, la spensieratezza, la noncuranza

che ostentava con la pipa tra le labbra, mi resero perplesso... Così era quello Luigi Delogu che tante volte aveva intrise le mani di sangue amano? Era quello il ferace bandito che da sette anni batteva la campagna riuscendo sempre a sfuggire alla giustizia«? Mi sembrava quasi una faccia onesta la sua, ove rilucevano, per nulla truci, due occhietti gíallastri, mobilissimi nell'orbite profonde.

È un bell'uomo Delogu, di statura piuttosto alta, dalla fronte rugosa, bruno, con foltissimi baffì ripiegantisi verso il mento sbarbato e due infossature alle guancie.

Deve possedere una forza non comune, sebbene il colorito piutto­sto terreo e le gambe leggermente arcuate accennino forse a un fisico deperimento.

Vedendolo mi venne spontanea una domanda: Luigi Delogu, invece d'un bandito volgare, non potrebbe essere un infelice degno di compassione?

E provai vivo desiderio l'apprendere le gesta della sua vita. Andai a far visita al cav. Giovanni Antonío Diaz, uno dei più stimati e influenti Signori d'Usini, che sapevo aver fatto prima d'ogni altro pratiche lunghe e faticose per decidere il bandito a costituirsi. Il cav. Díaz mi fece avere un'intervista col Delogu. Questo con voce frarica, sincera, mi raccontò la sua vita In certi m=enti s'animava, stringeva il pugno, saettava lo sguardo. Aveva sguardi di fierezza selvaggia, inflessioni di tenerezza per la famiglia, per glí amici. Si sentiva in lui l'orgoglio di non essere un volgare assassino, un sicario; ma l'idea radicatissima di compiere urta missione di giustizia con i suoi atti sanguinari.

Nacque ad Usini il 9 luglio 1858- Dopo una gioventù laboriosa ed onesta, acciecato dall'odio contro certi Merella e Pistidda, l'Undici aprile del '93 uccideva con una fucilata il secondo, riservando ad altro tempo di vendicarsi del primo. Pu questo il primo delitto che lo decise alla latitanza.

- Perché vi uniste al Derosas e all'Angíus? -- Chiesi io.

 - Ecco. Mi trovavo solo in campagna inesperto, quando venni chiamato da loro. Pensando anche clre mi sarebbe più -facile la vita e a un tempo sarei stato al sicuro; mi unii a loro.

- E quanto viveste in loro compagnia?

- Undici mesi. Uccidevano per vendette personali ed io non c'entravo che come comparsa. Anzi, senta questa. Volevano uccidere certo Salvatore Porcheddu di Thíesí, perché lo ritenevano spia. Non lo conoscevano neppure di persona; io si. Lo avevo veduto più volte per le strade d'Usini. Un giorno, seppero dai confidenti che il Porcheddu era in campagna Vollero dargli la caccia e rnisero me di vedetta vicino a un sentiero, nel territorio di Thiesí, incassato nelle montagne. Io, vedendolo, dovevo freddarlo. Il Porcheddu passò a cavallo e senza fucile. Ci salutammo e non ebbi il coraggio di compiere la missione. Lo salvai. Un'altra volta, mentre ero con loro in un luogo detto Santa Lucia di Rebeccu vedemmo tredici carabinieri che venivano dalle tanche del cav. Mariani in Sa Badde. I carabinieri avevano sete e si buttarono a terra a bere e a riposare. Ad Angius venne un'idea: massacrarli tutti. Fui io che mi opposi energicamente, parendomi vigliaccheria colpire a tradimento quei poveri militari. Nei miei compagni nacque la  diffidenza, seppi che avevano deciso di spacciarmi. Seppi della tresca della moglie mia, e con quel pretesto, l'undici marzo del 1894, accompagnato dal Derosas fino ai pressi d'Usini, mi separai da lui e dall’Angius, che alla fine di maggio vennero catturati semivivi.

- E come andò che assassinaste vostra moglie e l'amico? Delogu a questa domanda si calcò con ambo le mani la berritta sul capo e socchiusegli occhi come per scacciare una paurosa visione. Era forse una tortura per lui il rievocare certi episodi della sua vita. Poi prese a dire concitato:

- Mio fratello ed altri mi avevano avvisato che mia moglie mi tradiva. Noi sardi sappiamo odiare ma anche amare! Il sapermi tradito così vilmente dopo sedici anni di matrimonio mi fece salire il sangue alla testa, gettare un urlo di rabbia. Ah, guai a lei! Guai a tutt'e due! Affrontai ogni pericolo e di notte entrai in Usini. Era un mese che non vedevo mia moglie e sentivo il cuore in tempesta. Si chiamauaLuigiaF7igiano; poteva avere 33 anni; ma era bella ancora. Entro guardingo come un ladro in casa mia, poi nella sua stanza. Lei era a letto. Dormiva. Una voce soffocata, ma ben nota, la scuote "Luigia, levati, fa presto!" Calmato il primo stupore che paralizzò i suoi movimenti essa corrispose con un sorriso al mio sguardo che doveva essere terribile come quello del proprietario che minaccia un servo infedele. "Se mi pare mi alzo, se no... no! "Disse con sfrontatezza­E aggiunse: "ti avranno gonfiato raccontandotene delle belle, non è vero?" Le mie domande incalzano, essa nega tutto. Ma io non volevo credere all'innocenza di Luigia se non avendone la certezza. Rimasi nei pressi d'Usini, e piantai una specie di tribunale. Feci venire a me due donne, amiche di Luigia, alcuni miei fidi amici, e tutti mi confermarono coi più ributtanti particolari la reità di mia moglie. Dinnanzi a testimonianze schiaccianti, questa finì per confessare. Era il 24 marzo del 1894. Verso le dieci di mattina mi recai con mia moglie in un oliveto nell'agro sassarese, dove sapevo essere Giusep­pe Luigi Ferru - l'amante - con quattordici donne e il proprietario del luogo - un cittadino - a raccogliere olive. Il Ferru rimase terrorizzato nel vedermi. Messo alle strette dalla stessa mia moglie, ebbe la spudoratezza di dirmi: "Te l'ha detto lei stessa... tanto quel che è fatto è fatto!" Sopraggiungeva la sera, eravamo nella settimana santa. Avuta l'orribile conferma anche da lui, lasciai  finire il lavoro, poi gli dissi: "Io sono morto per Luigia! Accompagnala in paese e tienla per tua. Io stesso vi unirò in matrimonio. "C'incamminammo. Loro prece­devano, io venivo dietro col fucile carico sulla spalla. Il Ferru aveva alla cintura la rivoltella, ma era un vigliacco e non ebbe il coraggio di servirsene contro un uomo che, già reso furente dal suo tradimento, aveva giurato la sua morte. Era un cadavere ambulante lui! Presso al fiume, in una stretta passerella, mentre Luigia era avanti e il Ferru la seguiua: "Andatevene con Dio! .... gridai, e con una fucilata li passai entrambi da parte a parte. Caddero uno sull'altro, ed io fuggii sparando altre tre volte contro i loro cadaveri. Giustizia era fatta!

Delogu, il 5 settembre del 1894, compì la sua vendetta contro il nemico Merella uccidendolo con una fucilata. Molti altri delitti gli vengono imputati nel tempo della sua convivenza con Derosas, delitti che egli non volle in mia presenza riconoscere.

Richiestolo se provava rimorsi: "Ma che! - mi rispose, - sono lietissimo d'avere appagate le mie vendette. All'occorrenza comincíerei da capo. Mi sono reso ministro di Dio!"

- Avete saputo della venuta del Re in Sardegna?

- Lo seppi e lo vidi. Lo vidi abbastanza da vicino in viaggio per la Crucca, e se avessi potuto indovinare quanto doveva avvenire, mi sarei consegnato a lui. Forse quell'uomo dai baffi bianchi, dall'aspet­to sì generoso, m'avrebbe fatto del bene. Ho goduto le feste di Sassari dall'alto del colle dei Cappuccini.

Il bandito ebbe un solo conflitto, durante il lungo tempo della sua latitanza, ed egli scampò buttandosi nel fiume e quindi fuggendo sopra un cavallo che pascolava, mentre i carabinieri gli sparavano dietro, ma invano circa 150 fucilate.

Essendo corsa voce ch'egli si fosse costituito per avere un salvacondotto e sposare una sua amica gli chiesi se ciò fosse vero.

- Non ero affatto disposto a costituirmi e cominciai a pensarvi solo dopo il colloquio che tenni col viceprefetto (cons. deleg. cav. Trinchieri) in Usini, in questa stessa stanza, il 26 agosto. Dico francamente che le parole di quell'uomo che stimo galantomine mi fecero impressione più di quelle degli altri. Mi parlò di famiglía, d'arresti in massa di coloro che m'aiutavano; mi promise che si sarebbe interessato di me... Tornai alle mie grotte. Li salutai per sempre! Otto giorni dopo depositai nelle mani del Prefetto il mio fido fucile calibro 24, un centinaio di cartucce, due coltelli e un ottimo binocolo. Avevano vinto! Colla mia costituzione, salvavo dalla rovina tante famiglie; salvavo i miei parenti, salvavo mio padre settantenne arrestato quest'anno ai primi di settembre mentre tornava dal lavoro. Che essi almeno sieno felici! Il mese concessomi di libertà dal Salvacondotto spira il 4 ottobre alla mezzanotte e io mi costituirò, glielo giuro! Le 8.000 lire di taglia che pesavano sul mio capo mi serviranno per il dibattimento... Lei che è giornalista, se vuol parlare di me, dica ai suoi compagni, che non è vero che io abbia sposata in questi giorni la fida amica delle notti insonni, è una favola.

Nei sette anni di latitanza, Delogu visse da gran signore. Nulla gli mancava. Beveva vino, fumava ottimo tabacco. Quando aveva biso­gno di cavalli, gli stessi proprietari glieli offrivano a gara. Disse di contare amicizie anche fra brigadieri della benemerita. Sapeva ove eran mosse le perlustrazioni e le sviava. Non dormiva mai una notte di seguito nel medesimo posto. Percorse gran parte dell'isola, si recò nel Campidano e soggiornò anche nella stessa Sassari! Pochissimo conosciuto, spesso s'imbatté senz'armi con qualche pattuglia dei carabinieri, che forse lo ricercavano, e augurava loro il buon giorno o la buona notte... M'assicurò anche di non aver mai partecipato a ricatti, rapine, estarsioní.

Luigi Delogu, intelligentissimo, per quanto analfabeta, era díffi­dente all'estremo. Quando facevansi pratíche per la sua costituzione, non accettava appuntamenti in luoghi fissi. "Percorrete sempre la strada di Bosa -per esempio - e mi troverete". Il suo cannocchiale gli dava campo di distinguere una persona a tre quarti d'ora di cammi­no. Non permetteva assolutamente che i parlamentari fossero armati, e se gli venivano offerti sigari, cibo, bevande voleva che gli altri li assaporassero prima di lui, sospettando contenessero veleno.

E il 5 ottobre, fedele alla parola data, il bandito si costituì.

Il Lombroso definirebbe Luígi Delogu "un delinquente passionale". Esso mi regalò vari oggetti che gli servirono durante il tempo della sua latitanza. Questi oggetti: una barba finta, un panciotto di velluto e uno spazzolino caratteristico per barba, esposti per qualche tempo nella vetrina della più elegante cartoleria di Fírenze, vennero acqui­stati dal senatore Paolo Mantegazza, per il Museo Antropologico. La fotografia, somigliantissima, me la diede egli colle sue mani.

Il brigante Luigi Delogu fu ora condannato dalle Assise di Sassari., alla pena perpetua dell'ergastolo, poiché nel processo che destò grande interesse e al quale figurò come testimonio il Derosas, fatto venire dall'ergastolo di Santo Stefano, fu assoldata la colpabilità del Delogu. Egli ascoltò impassibile la condanna terribile mentre la madre cadente e la sorella di lui scoppiarono in dirotto pianto. Il bandito si era eretto a giustiziere, ma la giustizia è stata per lui inesorabile. "

L'INTERVISTA DI SEBASTIANO SATTA E GASTONE CHIESI

AI TRE BANDITI

DEROSAS, ANGIUS E DELOGU

 

Nel febbraio del 1894 il bandito Cicciu Derosas venne intervistato da Sebastiano Satta e Gastone Chiesi nella grotta-rifugio di Setti Funtani presso Sassari. In quell'occasione, mentre i compagni di latitanza Angius e Delogu rimanevano silenziosi e immobili, il brigante usinese rievocò i fatti principali della sua vita, dall'omicidio di Domenico Perzeu fino alla tragica vendetta compiuta ai danni del cav. Luigi Dettori di Cossoine, il cui tradimento provocò lo scontro di Nuraghe Idda:

I tre banditi si fa presto a capire chi sono: DEROSAS, ANGIUS e DELOGU, i pubblicisti siamo noi: Gastone Chiesi e Sebastiano Satta.

L'avventura può sembrare un pò stravagante, romanzesca forse, ma è vera in ogni suo minimo particolare, specie per quanto si riferisce al dialogo avuto col Derosas del quale serbiamo esattissimi appunti.

Ecco come è andata la faccenda.

In una delle passate sere discendevamo, come al nostro solito, dopo di aver terminato di compilare il giornale, lungo via Vittorio Emanuele pacificamente discorrendo.

Ad un certo punto, di poco oltrepassata la libreria Gallizzi, un giovinotto bruno in volto, dalla fisionomia simpatica, pulitamente vestito del solito forese in uso presso i nostri contadini ci si avvicinò con una qual certa titubanza:

- Dicano... disse portando la mano al cappello in cenno di saluto - sono loro quelli dell'Isola?

- Appunto, gli si rispose.

- Rincrescerebbe loro, seguitò quegli, di discendere con me sino all'ospedale militare? ci sarebbe una persona che desidera dir loro due parole.

- E chi è questa persona? naturalmente fatti curiosi, si richiese al giovinotto.

- Non posso dirlo perché anch'io la conosco appena appena di vista e non ne so il nome, ma è persona d'importanza.

- E perché non è salito egli a cercarci?

- Perché non lo può assolutamente. Poi troncando il dialogo: - Vengono dunque?

La curiosità ci tentò, soprattutto, lo confessiamo, ci suggestionò l'aria misteriosa del giovinotto.

- Andiamo, dicemmo dopo esserci consultati con un'occhiata. Ed il giovinotto si mosse e noi gli tenemmo dietro. Percorremmo così la via al Duomo ed uscimmo ai giardini che

traversammo infilando il viale che conduce a San Pietro. Giunti

all'ospedale militare noi sostammo un'istante: - Dove andiamo? domandammo. Il giovinotto si voltò.

- Ancora pochi passi e poi siamo arrivati.

- Ma ci avevate detto che quella persona ci attendeva qui.

- Vuol dire che se ne sarà allontanata, la troveremo nel viale.

Vengano.

- Ma...

- Hanno paura?

La frase ci punse e troncò ogni altra nostra esitazione. Intanto era annottato e nel viale faceva un buio da bocca di forno.

Fra i rami spogli di fronde, un cielo nuvoloso, bigio, opaco; scintillante appena appena, qua e là, qualche stella. Solo sull'oriz­zonte lontano, sopra il mare, sopra l'Asinara, una sottile ma lunga striscia di cielo purpureo gettava ancora qualche luminoso bagliore.

Sulla strada non c'era anima viva, il nostro compagno ci precedeva di pochi passi ed a stento ne scorgevamo la nera silouhette.

Così silenziosamente, percorremmo tutto il viale fin che sbu­cammo all'aperto in quella specie di piccolo prato che è dietro la chiesa di San Pietro.

Là, vedendo che il compagno nostro non accennava affatto a volersi fermare, sostammo noi per la seconda volta, ben risoluti a non muovere più un passo se non ci si diceva dove andavamo.

- Insomma dove si va?

- Per di qua a sinistra.

A sinistra c'era un viottolo incassato fra due muri ed un bosco di olivi.

- L'andare a sinistra non vuol proprio dir nulla; in poche parole: chi ci cerca e dove si va?

- È Cicciu che desidera parlare a loro.

- Cicciu? Chi Cicciu?...

- Cicciu Derosas.

Il nome del famigerato bandito suonò in modo strano al nostro orecchio - e forse, perché non dirlo? Nemmeno troppo gradito.

Non dubitammo nemmeno per un istante che si potesse trattare di un agguato: non siamo persone da meritarne la spesa, ma ci sembrò un pò originale il desiderio del bandito di fare la nostra conoscenza e fummo ad un pelo di girare sui tacchi e far ritorno in città.

- Vi ha da dire cose interessanti che vuole si sappiano per le stampe, continuò il giovinotto, che a quanto potemmo convincerce­ne sapeva bene la sua parte.

Ciò solleticò un pochino il nostro orgogliuzzo di pubblicisti.

Il diventare depositari della confessione di un'individuo che come il signor Francesco Derosas abbia sulla coscienza più che dodici assassini, che minaccia sempre perpetrarne altri, che è rinomato per la sua straordinaria audacia e per l'essere sfuggito fino ad ora alle più oculate ricerche dell'autorità di pubblica sicurezza non è avvenimento che possa capitare tutti i giorni, come fra le proprie «Choses vues» tutti i giorni non si può mettere l'impressione di un'accampamento di banditi.

Questa riflessione ci passò di capo, ce lo dicemmo di poi, all'uno ed all'altro

- sicché il primo che disse: Andiamo

- trovò il compagno consenziente.

Ed ancora una volta ci mettemmo sulla traccia della nostra guida e con lui risalimmo tutto lo stretto viottolo, incespicando le mille volte per l'oscurità addensatasi e lo sconnesso ciottolato, fino a sbucare in una strada carrozzabile, non molto larga ma sufficien­temente ben tenuta.

Lì piegammo a destra cominciammo a discendere come in una specie di conca immensa, in una valle buia, silenziosa, boscosa forse: la densa oscurità non ci permise di assicurarcene.

Di noi due, nessuno l'aveva mai percorsa quella strada, e di essa solo serbiamo l'impressione di un'immenso pino delineatosi di un tratto nell'ombra a sinistra, di due alte trincee tagliate nel bianco calcare, una prima a dritta l'altra a sinistra, infine di un ponticello varcato al dolce murmure di un'acqua corrente.

E null'altro, ombra fitta, ombra opaca, ombra impenetrabile, a dritta a sinistra, in alto. Quanto tempo camminammo così?

Non lo sapremmo dire; forse un'ora, forse più.

Ad un certo punto dove la strada ricomincia a salire rasentando

un muro, al di là del quale si intravvedono delle piante, si ode: Cric!... cric!... il caratteristico rumore di un fucile a due canne

del quale vengono armati i cani. Chiesi si arresta di colpo, la guida

pure; Satta che non ha udito fa ancora qualche passo. - Chie ses? dice una voce non forte ma chiarissima. - Tue? risponde la guida.

- Passa... rifà la voce dal bosco dietro il muro.

Si fanno ancora alcuni passi poi si entra saltandovi dal margine

della strada in un predio più basso di questa, in quel punto, e tutto

olivato.

L'oscurità, tolto anche il bianco riflesso della strada diventa ancora più profonda; a stento facciamo alcuni passi poi troviamo un sentiero - che sale leggermente - e al primo svolto di esso, vediamo un uomo a quattro o cinque passi da noi.

Tue ses? ripete - Eo, risponde la guida.

L'uomo fa un piccolo movimento e con quel rapido gesto che è famigliare a tutti i cacciatori appoggia sull'avambraccio sinistro il fucile che aveva appuntato verso di noi.

Ci appressammo fino a toccarlo.

- Buona sera.

- Buona sera.

- Chi siete voi?

L'individuo ebbe una piccola risatina. - Eh... Cicciu Derosas.

Allora ci presentammo noi due declinando la nostra qualità e domandando perché ci aveva mandato a chiamare.

- Perché dopo tante balle si contino nei giornali, sul mio conto, alcune verità... ma andiamo di sopra a discorrere, qui siamo troppo vicini alla strada.

Difatti la strada non era distante da noi una decina di metri.

La nostra guida che dal momento non fiatò più ci precedette fino ad una piccola spianata ove era un altro uomo che prima di lasciarsi avvicinare ripeté la scenetta del:

- Tue ses?

Ce lo presentarono:

Delogu.

Era incappucciato ed avvolto in un pesante cappotto, teneva lui pure il fucile sull'avambraccio.

Tutto intorno su dei sassi erano deposti un'infinità di oggetti: zucche, zaini, cappotti, bisacce, carnieri, tascapani, un arredo completo.

- Andiamo di sopra, fece ancora Derosas raccogliendo un pò di quella roba

- mentre Delogu e la guida si caricavano del rimanente.

E continuammo a salire per il sentiero fatto erto finché giungem­mo a un piccolo spiazzo, a metà costa di collina, ove nel molle calcare arenario si apriva, scavata dalla mano dell'uomo, una grotta.

Vi entriamo tutti l'uno dopo l'altro. Appena vi siamo, Satta accende un zolfanello, e per la prima volta possiamo guardare in faccia i nostri compagni.

La grotta nella quale ci troviamo è un vasto ambiente diviso per metà da due archi poggianti sopra un pilastro centrale. Noi siamo nel vano più interno, Chiesi e Satta addossati al pilastro, Cicciu Derosas, Delogu e la guida a semicerchio di fronte. Si accendono altri fiammiferi e ci contempliamo a vicenda.

Derosas, il personaggio principale della scena, ha il cappotto buttato su di una spalla, è in stivaloni, ed ha una giacca di velluto. È quel che si dice un bel giovinotto, alto, tarchiato, con baffetti neri. Il colorito è bruno ma sano.

Delogu invece più piccolo di statura, più smilzo e tutto incappuc­ciato - ci sembrò un pò sofferente, d'un colorito terreo - vestiva di fustagno.

Si restò così un pò in silenzio, forse tutti un pò imbarazzati, continuando ad accendere zolfanelli.

Il primo a scuotersi fu il Derosas:

- Facciamo un pò di luce, disse.

E frugato in un carniere a rete dal quale trasse successivamente, una scatola di zinco con cartuccie a mitraglia, un rasoio di barba, un pacco di sapone, un binocolo, fazzoletti, un'infinità di altre cosette, ed infine due candele steariche.

Se ne accese una che fu deposta a terra. In quel mentre comparve piano piano con passo di lupo, inosservato da principio - un sesto personaggio - Angius.

Lui pure l'Angius è un bell'uomo di statura meno alta di quella di Derosas, piuttosto grasso con una bella barba nera che gli incornicia il volto pallido. Ha occhi lucentissimi ed espressivi.

Allora la guida uscì col fucile a far da sentinella e noi due rimanemmo coi tre banditi. Chiesi assiso sopra un sasso, Satta rimase in piedi vicino al pilastro, e gli altri ci fecero corona attorno.

Finalmente accomodatici nella spelonca come abbiamo descrit­to, noi chiedemmo al Derosas:

Quale fu la vera origine dei torti che avete ricevuto e che vi indussero a perpetrare le strage di Usini?

E lui ci rispose: La vera e primissima origine fu un cane, ed ecco come vanno le cose:

Certo Giovanni Bellu di Usini, aveva un cane mastino che egli teneva molto caro e che per dispetto gli fu ucciso. Il Bellu giurò di vendicarsi.

Tempo dopo in una vigna dello stesso Bellu fu rinvenuto il cadavere del figlio di certo Antonio Perzeu orrendamente mutilato a colpi di ronca, in modo da essere quasi irriconoscibile.

Ora i sospetti di questo misfatto essendo il Perzeu supposto uccisore del cane, si fecero cadere sul Bellu ed i suoi due figli che furono arrestati assieme a certo Lorenzo Pinna. Dopo alcuni mesi furono però rimessi in libertà.

Continuandosi le indagini nacque nell'autorità giudiziaria, su referto di influenti persone, nemiche al Perzeu padre, che questi fosse l'uccisore del proprio figlio.

Ad aggravare la posizione dell'Antonio Perzeu venne la deposi­zione del dottor Giuseppe Michele Melis di Usini, il quale affermò di aver visto verso l'alba del giorno nel quale avvenne il fatto, il Perzeu padre, a passare sotto le finestre tentando di celare sotto il cappotto una ronca insanguinata.

Il Melis è da notarsi odiava il Perzeu per diverbi insorti tra di loro e perché il Perzeu pastore dell'avv. Camboni gli aveva ucciso una giunta di buoi.

Si cercò di mandare in galera il Perzeu. Testimoni a carico l'avv. Camboni e i due Melis.

- Ma, e voi come ci siete entrato in quest'affare?

- Io ci sono entrato per questo. La sera dell'assassinio ho incontrato il Perzeu fra le 10 e le 11, che si dirigeva verso casa. Naturalmente chiamato a testimoniare ho deposto questa circo­stanza al giudice istruttore!

Certa Clotilde che abitava nella stessa casa del Perzeu, al piano superiore, chiamata anche essa a testimoniare affermò prima che non poteva dar conto del Perzeu perché questi abitando al piano inferiore poteva uscire o rientrare liberamente senza essere visto né udito da lei.

Poi, in una seconda deposizione, disse che era certa che il Perzeu non era uscito di casa perché tutta quella notte l'aveva sentito tossire.

In seguito a tale deposizione il Perzeu fu prosciolto ed io accusato ed arrestato come complice e come falso testimonio.

Contemporaneamente furono arrestati di nuovo il Giovanni Bellu ed i figli.

Fatto il processo i Bellu ed il Pinna, che in quel momento era latitante furono condannati alla galera in vita. Io per mia parte mi buscai dieci anni di reclusione.

- In coscienza, diteci, chi l'ha ammazzato veramente questo Perzeu.

- Sentano: io potrei non credere a tutto ciò che ho fatto; ma non posso dubitare dell'innocenza mia a questo riguardo e soprattutto di quella dei Bellu. (testuale).

E questo posso affermarlo perché Lorenzo Pinna confessò a me di essere stato lui solo l'assassino.

- E i Bellu?

- I Bellu son morti in galera innocenti.

- In quale anno siete andato alla casa di pena? - Nel 1884.

- Che cosa facevate là?

- Da prima ero ai tessuti. Ma questo mestiere non mi piaceva e

mi nuoceva alla salute. Passai ai falegnami e non faccio per dire,

riuscii a diventar capo squadra intagliatore.

- Ed ora di questi lavori non ne fate più?

- Veramente a questi lavori non mi ci sono più dedicato... - Quando è, che è nato in voi il desiderio di vendicarvi?

- Fin da quando fui condannato. Questo pensiero mi tormenta­

va sempre anche nella reclusione. Anzi lo palesai colà a parecchi

miei compagni.

- Vi ricordate del nome di qualcuno dei vostri compagni?

- Si ricordo un certo Agostino Vacca, di Sorso mi pare, che faceva l'impagliatore e che era a conoscenza del mio proposito; come pure ne era a conoscenza certo Matteo Sanna.

- Come è che avete lasciato passare dei mesi prima di vendicarvi e non avete fatto la vostra vendetta subito appena ritornato?

- Cosa vogliono, e sorrise tristamente, anche io che avevo perduto la mia gioventù volevo godere un pò di vita. Ero cupo. Cercavo di divagarmi per togliermi di testa la brutta idea. Andai a lavorar in campagna; ma quel pensiero non mi abbandonava mai. Avevo sempre presso il letto il pugnale ed il fucile che doveva servirmi per disperderli.

- Ma quale fu veramente la cosa che vi ci spinse, che vi fece decidere alla strage?

- Ecco. Io venivo continuamente molestato e insultato da più di uno e specialmente dal dottor Melis. Mi si prendeva in giro perché

calzavo un paio di scarpe col cracco. Un giorno andai a chiedere una sella, me la si offrì senza sottocoda, io la rifiutai. Il dottor Melis disse: Poveraccio! si vergogna di andare a Sassari senza sottocoda, il signore!

Spesso lo stesso dottor Melis trovandomi mi diceva: Su fizu de Rositta troppu rassu sese, non t'agradat andare a trabagliare (O figlio di Rosa, sei troppo grasso, non ti piace il lavorare). Per il giorno dei morti stabilii la vendetta.

- Avevate scelto un bel giorno!

- Ci ho pensato. A sos mortos bi cheriat moltalidade! Non potei però il giorno fare le mie vendette perché fui disturbato da una mia cognata, che si recava in una casa vicina alla nostra per far visita ad una sua amica che si era sgravata.

Dentro quella casa c'era appunto il dottor Melis e se io l'avessi in quel momento ucciso avrebbero, per fare altre vendette, accusato mia cognata di essersi recata là per spiare se lui c'era.

Dopo quattro giorni ero risoluto di farla finita. Sedevo sul cantone di casa al sole assieme a mia sorella incinta grossa.

Sull'uscio avevo appoggiato il fucile. Passò il dottor Melis per la via andando a medicare un vicino ferito: io dissi allora a mia sorella: Rientra in casa perché il sole ti fa male. E così essa fece. Dopo un poco ripassò il dottor Melis che venne diffilato in casa nostra.

Mi vide e mi disse: Non lavori? Io non gli risposi ma tra di me pensai: Vedrai che bel lavoro ti faccio oggi.

Intanto comparve mia madre; ed il dottore che si vantava di ponner oju (dar la jettatura) alle galline e che anzi con questo pretesto riusciva a scroccarne più di una, dicendo che facendogli un regalo il pollaio sarebbe stato salvo, le disse: Rosa dami una puddighina si no nde morit.

E mia madre gli rispose:

- Non ho paura, signor dottore: la medicina alle galline ce l'ho fatta io, ho bestemmiato lei.

Il dottore prese una manata di grano da una corbula e lo buttò per terra chiamando le galline e dicendo che a quel modo avrebbe dato ancora la jettura.

Io intanto pensavo: Non sarai certo tu, homine malu, che mangerai quella gallinella. Il dottore se ne andò ed io gli fui dietro armato in tutto punto.

A poca distanza da casa gli diedi la voce: Sù duttò, girati!

- Derosas eccitato dalla narrazione e dal triste ricordo a questo punto spianò il fucile, che durante tutta la narrazione non ha mai abbandonato, verso un nemico immaginario, con una contrazione di viso ed un selvaggio fiammeggiar d'occhi che diede a noi un piccolo brivido.

Sù duttò, girati! ripeté, e poi riprendendo il filo del racconto continuò:

Il dottore al mio grido si volse di colpo, spalancò le braccia e disse: Cicciu!... Cícciu! Ite faghes? (Francesco! Francesco! che fai?). Ti rammenti, gli dissi, o dottore, della mia gioventù perduta per colpa tua? E gli sparai due colpi. Ferito mortalmente ebbe forza di far tre o quattro passi, barcollando, verso di me. Sollevai il fucile come una mazza e gli gridai: Dove vai?

Cadde morto.

Allora ricaricai il fucile e mi allontanai da quel posto. Dalla bocca

mi colava la bava come se fossi stato un cane idrofobo... Qualcheduno pareva che accennasse a volermi trattenere; io gli

gridai:

Chal est s'usinesu chi s'at a ponner a innanti de Cícciu Derosas?

Una mia cugina incontrandomi mi gridò, tutta spaventata: Cicciu Cicciu torra a domo. Era proprio quella l'ora di ritornare!... Sfondai la porta di Clotilde, che cercava di rinchiudersi in casa sua, e l'uccisi in mezzo alla stanza, con una pistolettata, uccisi gli altri e mi diedi alla campagna.

Durante la narrazione di questi fatti, Derosas esaltato parlava ad alta voce, gestendo col fucile come se narrasse una grande avventura di caccia. Delogu ed Angius, che avranno chi sa quante volte sentito parlare di quella tragedia, ascoltavano indifferenti. La guida fuor della grotta stava in vedetta.

Ad una nostra osservazione sull'utilità di essa:

- È sempre meglio che lui guardi, disse Derosas: anche nella

caserma la sentinella è inutile, eppure ce la mettono. - Dopo la strage vi siete calmato?

- No, perché ne dovevo uccidere otto ed invece ne uccisi quattro soli. Gli altri se l'hanno scampata e devono la vita alla mia famiglia che mi scongiura sempre a desistere dalle vendette.

Derosas in tutta questa narrazione ci apparve un pò incerto e confuso, si dilungò in minutissimi ed inutili particolari trascuran­done altri importanti che fummo obbligati richiamargli con interro­gazioni.

Dopo di averci parlato dei fatti di Usini gli chiedemmo:

- Come andò l'attacco di nuraghe Idda?

Al ricordo di questo fatto Derosas sorrise con una qual certa

compiacenza ed esclamò:

- Custa est istoria longa

Lo incitammo a raccontarla.

- Io e Pera Giuanne (Angius) avevamo fatto relazione da qualche tempo col cav. Luigi Dettori di Cossoine ed eravamo in sì stretta amicizia da fidarci completamente di lui.

Era tanta la buona intesa che correva fra di noi che un giorno scambiammo perfino gli orologi accettandone, io in cambio del mio uno di assai minor valore.

Il Dettori e con esso altre due persone di Cossoine un giorno, essendo noi da qualche tempo lontani da quei paesi, ci mandarono a dire:

Come, Cicciu, non venite più a trovare i vostri amici? Venite che passeremo una mezza giornata in allegria.

Io risposi: accetto ben volentieri però fatemi il piacere di far recapitare una lettera a mio fratello Salvatore. Nella lettera lo pregavo di trovarsi a Cossoine per il giovedì successivo e di venire col Dettori a nuraghe de Idda.

Il giorno fissato per l'appuntamento noi all'alba ci siamo trovati al posto stabilito.

Aspetta un'ora, aspetta due, aspetta tre, né Dettori né mio fratello non si facevano vedere.

Finalmente dopo le dieci vediamo arrivare una turba di persone

che non finiva più. Avevo raccomandato che venissero in pochi ed

invece erano sette od otto e per di più non c'era mio fratello. Ciò ci indispose un poco. Io domandai: - E mio fratello perché non è venuto?

- Arriverà a Cossoine stasera, rispose pronto il Dettori, ed appena viene te lo farò condurre. Intanto io e Pera Giuanne notammo la gran fretta che aveva il Dettori:

- Io, diceva lui, ho da andare stasera a Semestene. Mangiamo subito.

Così facemmo. Non era certo la roba da mangiare che mancasse

né il vino! Quella gente ne aveva portato da dar da mangiare a tutta una cumpagnia.

- Durante il pranzo ci fu allegria?

- E perché no? Noi non sospettavamo di nulla. Comunque fra preparativi, mangiare e un pò di riposo dopo, vennero le quattro.

Dettori guardava continuamente l'orologio ripetendo che gli si faceva tardi per andare a Semestene senza però mai decidersi ad andarsene. Gli altri della combricola se ne erano già partiti.

Finalmente verso le cinque anche il Dettori montò a cavallo e se ne andò.

- Sentite. In un giornale abbiamo letto se bene ci ricordiamo, che

a quell'appuntamento il Dettori era venuto casualmente assieme a certo Sebastiano Dore, quello stesso che fu ammazzato in una stalla...

- Deo lu dia aer fatta a biculos, interruppe Derosas. (Io l'avrei fatto a pezzi).

Ciò e affare vostro. Ma non è proprio vero ciò, e per di più non è vero che essendo sopraggiunto voi avete offerto al Dettori ed al compagno un boccone e che essi mangiarono perché non poterono fare di meglio?

Qui saltò su Angius un pò beffardo:

- I giornali sono sempre favorevoli ai signori. Per noi non hanno mai una parola buona.

Lasciammo cadere l'osservazione senza... confutarla. E Derosas alla sua volta:

- La verità è come ve l'ho contata e ricordo anche, e bene, i nomi

delle persone che oltre il Dettori ed il Dore, c'erano;

- Ecco un particolare interessante, osservò Chiesi Continuate

pure.

- Il Dettori, ripigliò Derosas, non si era allontanato un tiro di fucile quando vedemmo da varie parti della campagna alcune persone abbastanza ben vestite venire verso di noi.

Chi saranno mai? chiesi a Pera Giuanne. Comparvero altre persone. Allora presi il binocolo e guardai: insospettitomi mi rivolsi ad Angius e gli dissi: Se quella gente continua ad avanzare daremo il ferma e faremo mettere le armi a terra.

Intanto non mi sfuggì guardando col cannocchiale che il Dettori aveva conferito con uno di quegli individui, che poi seppi essere il delegato, e si era allontanato dopo in tutta fretta.

In questo modo io contai quattordici persone che si avanzavano da diverse direzioni verso di noi.

Allora compresi che avevamo da fare con dei carabinieri trave­stiti: pensammo a scappare. Pera Giuanne prese a destra tra le macchie io invece a sinistra traversando un tratto di terreno nudo come la mano.

Ed è lì che è cominciata a piovermi addosso da ogni parte una grandinata di palle.

- Siete stato ferito?

- No. Solo son riusciti a bucarmi la giacca: e notate che lì mi sono fermato un momento a sparare anche io mentre sulla mia dritta sentivo le fucilate di Angius.

Dopo un poco sono riuscito a mettermi a riparo di un macigno.

Il maresciallo Puggioni, che dicono sia un bravo tiratore sparava contro il nuraghe (E qui il Derosas se la rise un pochettino).

Io ero arrabbiato perché non vedevo i carabinieri che erano tutti nascosti o coricati per terra, e solo una volta ho sparato contro il Puggioni che nascosto dietro un albero si era scoperto un pochettino, sbagliandolo però.

Intanto si fece notte. Angius trovò il modo di scappare, io invece dovetti rimanere dove ero, non essendomi riuscito di fare lo stesso gioco.

Per mia fortuna la notte si fece nera come un forno. Mi cacciai in un fosso e vi stetti appiattito per molte ore. Intanto io sentivo le voci dei carabinieri ed i comandi del maresciallo che ordinava di stringere il cerchio, e a poco a poco vedevo le ombre dei soldati avvicinarsi al posto dove ero e stringermi in uno spazio che non era certo più grande del recinto di una mandra.

Poi cominciò a piovere.

Ricordo l'impressione che mi fece un carabiniere che venne diffilato fino a pochi passi da me e che proprio si allontanò quando io forse, senza che egli se ne accorgesse stavo per tirargli.

-Tue l'as balanzada dissi tra di me. (tu l'hai guadagnata). Allora ho pensato siccome contro t.anta, gente io non ce la potevo, a cercare un modo di cavarmela.

Mi sono levato le scarpe e ho cominciato strisciando a terra piano piano, favorito dalla tenebra profonda, a fare il giro degli appostamenti ed ho riconosciuto la posizione occupata da ciascun carabiniere.

Nello stesso tempo ho avuto agio di sentire i nomi ed i comandi che venivano loro impartiti.

Fatta questa perlustrazione me ne ritornai al mio posto tenendo sempre aperto tanto di orecchie.

Quando stava per comparire la stella dell'alba io mi sono deciso. Di nuovo scalzo e strisciando mi avvicinai a un gruppo di tre carabinieri, e lì levatomi d'un tratto in piedi parlando in continentale dissi:

- Porca madonna! Badate che scappa il latitante lassù: Poggiate a destra.

- Chi sei tu? mi fece un carabiniere. Non è ora di far nomi, gli risposi, e lasciatili mentre essi poggiavano a destra andai verso un altro carabiniere isolato (che era Porzio). Anche a lui gridai: Poggia! Poggia!

Ma quegli mi rispose: Tu sei il latitante?! - Ma no, feci io...

Il Porzio senza altro mi sparò senza colpirmi però, ed io alla mia volta sparai su lui abbattendolo. In un attimo mi rigirai sparando contro il carabiniere più vicino che, buttandosi a terra, mi fece andare il colpo a vuoto.

Allora scappai a piedi nudi in mezzo alle spine ed alle roccie inseguito dalle fucilate.

Mi diressi verso il campo di Giave. Ad un certo punto fatto un mezzo giro me ne ritornai al monte ove scelta una bella posizione mi appostai in un bel posto.

C'ero appena che passarono dei carabinieri a cavallo tanto

vicino a me che io gli intesi dire: Dove sarà andato?

In quel momento io ero pronto a riceverli. Avevo ancora più di

centocinquanta cartuccie, e garantisco che vivo non mi pigliavano. Ma non ci fu bisogno di nulla perché i carabinieri ebbero la

buona idea di ritornarsene.

Io allora me ne andai, e pigliato un cavallo in una tanca mi misi a correre a spron battuto pensando ad Angius che io credevo già morto nell'attacco. Pensavo pure a mio fratello che doveva essere arrivato a Cossoine e mi avrebbe creduto morto.

Mentre andavo così pensando, mi comparve d'improvviso Pera Giuanne, che mi gridò vedendomi arrivare: sei ferito? No, rispos'io, ed allora gridammo tutti e due: Vittoria! Vittoria!

Qui l'interrompemmo per chiedergli:

- Come? non siete stato ferito? Se si diceva che si erano trovate delle traccie di sangue?

- Il sangue dei miei piedi hanno trovato. Ce li avevo rotti dalle spine.

- E dopo come vi è andata?

- Ebbi la febbre per tre giorni e dopo guarii anche dalle ferite ai piedi.

- Da quanto ci raccontate sembrerebbe che fosse il Dettori quello che vi ha fatto la spia. È vero?

- Altro se è vero! Io ne ho acquistata per molti motivi la certezza. Ed è per questo che io l'uccisi.

- Voi sapete senza dubbio che corre la voce che lo abbiate ammazzato per mandato della famiglia Obino la quale si dice vi abbia offerto per questo omicidio 1500 lire.

- Non è vero, non è assolutamente vero. Io non ammazzo che per vendetta, anzi vi posso assicurare che tempo addietro dal Dettori e da altri del suo partito mi furono offerti 200 scudi per uccidere il don Baingio Corda di Giave ed io rifiutai dicendo che non sono sicario per conto altrui. E non solo questo ma mi si insegnò anche un orto appartenente all'Obino ed ove era facile trovare questi.

Aggiungevano che l'Obino, si adoperava per farmi pigliare.

Siccome non conoscevo l'Obino e non vedevo quale interesse potesse egli avere a fare arrestare me, non mi sono prestato a questo tiro ed è perciò che il Dettori mi preparò l'attacco di nuraghe Idda.

Dunque raccontateci allora come avvenne del Luigi Dettori.

- Gliel'avevamo giurato e non poteva mancare di capitarci sotto mano in qualche occasione.

Siamo stati qualche giorno nei dintorni di Cossoine, gironzando specialmente nelle vicinanze di una tanca, la tanca del Dettori stesso, ed ove sapevamo che questi teneva a pascolo del bestiame bovino. Attendevamo l'occasione che egli venisse a verificarne l'esistenza.

I127 di dicembre capitò che il Dettori andava a Pozzomaggiore a vendere delle scrofe come difatti fece ed essendogliene rimaste tre, venne il ritorno, alla tanca Salurgius col servo in groppa per mettervele a pascolo.

Arrivato ad un certo punto il servo discese ed entrò nel chiuso scavalcando il muro mentre il Dettori continuò per la via incassata per entrare nel chiuso stesso.

Prima di giungere all'ingresso di questo amus dadu una fusilada. a s'eba chi est rutta.

Egli fuggì per qualche passo e se uno di noi non fosse stato appostato indietro se ne sarebbe andato.

Allora tirammo a lui, cadde, ed io gli fui in un attimo sopra e subito con questo coltello (e ci fece vedere un coltello non molto grande a forma di navaja spagnuola) gli troncai la testa.

Badate... ho notato nel segargli la gola che non ne è uscita nemmeno una goccia di sangue al punto che messa la testa nel fazzoletto questo non ne fu nemmeno sporcato (!?). È la seconda che mi avviene.

Dopo presi l'orologio che il Dettori teneva nel taschino e che era il mio, e vi misi invece quello che tenevo io che apparteneva come vi ho detto prima al Dettori.

Fatto questo io mi caricai la testa sulla punta del fucile e l'ho portata al Nuraghe Idda.

- Avete fatto male a far ciò, ci arrischiammo di dire noi.

- E nuraghe Idda? rispose lui con voce ancora rabbiosa ricor­dando la terribile notte -eolà passata.

- È sperabile che ora avrete finito di commettere omicidi.

- Finito? ce ne sono ben altri in cappellai E se non fosse la mia famiglia!

- Cosa c'entra la vostra famiglia?

- Eh!... io vorrei essere nato dalla luna e non avere parenti, eppoi

vedreste come vorrei arldobbare Cossoine ed Usini. Per quanto si

dica che io sono miope!

Così dicendo ci puntò ben bene gli occhi in faccia per far vedere che gode di una vista invidiabile.

E seguitò poi:

- Tenetelo per detto che se avesse da accadere disgrazia a qualcuno dei miei, mi si deve sentire ancora.

- Se vi facessero il processo in continente sareste disposto a consegnarvi?

- Eh... è una cosa da pensarci.

- Anche per Giovanni Tolu hanno fatto così.

- Lo so ma il mio caso è un pò differente. Alla giustizia di Sardegna non mi ci vorrei consegnare perché i partiti la dominano troppo, ed avrei paura, che me ingabbia, venisse del male anche alla mia famiglia.

- E queste cose che ci avete narrate ed altre ancora che avete taciute non potreste scriverle?

In parte l'ho già fatto, ho già scritto due quaderni grossi così. (E ci fece vedere il dito). Ma vi ho da aggiungere dell'altro ancora. - Potreste farceli tenere?

- Si, appena li avrò ultimati, così me ne verrà una fama macca.

E dopo questo noi ci separammo, il Derosas e i suoi compagni riprendendo la strada dei monti, e noi ritornando in città a notte inoltrata.

 

 

Fino a quanto abbiam scritto nelle pagine che precedono è il resoconto oggettivo sincero e veritiero dell'intervista da noi avuta. che sappiamo susciterà di certo, ed a torto molte incredulità ma la cui importanza non può certamente sfuggire ad alcuno.

Ci si consentano ora alcune brevi considerazioni di indole affatto personale, psicologiche, sui tre banditi.

A più riprese, considerando quei strani individui, mentre durava il colloquio, ed osservandone, e l'attitudine ed il gestire e la parola, a noi rincrebbe di non possedere cognizioni di valenti psichiatri onde poterne classificare, con precisione scientifica, il tipo, il genere, la specie, dell'anormalità che domina ciascuno di essi.

Derosas è sembrato a noi uno splendido (splendido, intendia­moci, per modo di dire) tipo di delinquente passionale la cui

intelligenza però non riesce a farsi un concetto preciso, esatto della gravità dei reati che egli ha commesso.

Dal modo col quale parla, dalla compiacenza colla quale insiste su certi feroci particolari, dall'assenza assoluta di ogni benché minimo sentimento che sia rimorso o che al rimorso assomigli, da una certa vanagloriuzza che spesso lascia trapelare, l'incosciente e la belva umana si rivelano ad un tempo.

Contemporaneamente egli ha certi scatti di fierezza, certe tenerezze per tutto ciò che è sua famiglia, certe devozioni per le amicizie, l'orgoglio, in lui fortissimo, di non essere un sicario, l'idea, l'illusione quasi, di adempiere coi suoi terribili atti, ad una missione di giustizia, lo mettono in assai più alto livello di un volgare assassino.

Derosas, è qualcosa di meglio e di peggio ad un tempo. È migliore di un volgare assassino, perché sino ad ora almeno, e da quanto ci è risultato, non gli si può addebitare con serietà l'accusa di ricattatore, come non gli si può far carico di aver ucciso per denaro o di servire alle vendette altrui. È peggiore, più terribile, perché coll'assassino non ha comune nessuna delle debolezze, nessuna delle viltà, nessuna delle resipiscenze morali.

È di un carattere di anormale, di delinquente, di belva umana, se si vuole, ma foggiato tutto di un pezzo a contorni ben marcati, ben delineati, senza sfumature. senza doppiezze.

Assai dissimile del Derosas, moralmente s'intende, il Delogu.

Egli meno sospettoso dell'Angius, perché forse di lui più astuto, ci è sembrato fosse tormentato da un interno cruccio che non sapremmo dire se di vendetta insoddisfatta o di rimorso rodente. Mentre in Derosas e nell'Angius noi abbiamo trovato una perfetta tranquillità d'animo, nel Delogu questa, a nostra impressione, non esisteva affatto. Durante tutte le molte ore che noi rimanemmo con loro, egli, il Delogu, si stette con una immobilità di statua egizia col braccio appoggiato ad una parete e la testa reclina sul braccio, fissando fino alla ipnotizzazione la vacillante fiammella della can­dela.

Egli non scambiò con noi che poche parole, un: buona sera, un: arrivederci e qualche altra simile espressione. Solo Chiesi notò che nei momenti in cui Derosas più si accaloriva nella narrazione ed esponeva i più raccapriccianti particolari, a lui venivano alle labbra dei sorrisi di indecifrabile significato.

Ecco una curiosità che a noi è rimasta: sapere che significassero quei sorrisi.

L'Angius, per noi, è il vero delinquente occasionale. Se non fosse

noto il suo delitto, se non fosse nota la sua compartecipazione a quelli di Derosas, dalla sua aria placida, spesso sorridente, dalla sensata calma colla quale sempre parla ci sarebbe da essere tratti in inganno, ci sarebbe da giurare a prima vista, per lui, per la stia onestà, e perché no? anche per la sua bontà... d'animo!

È un tipo assai singolare quell'Angius! forse il più caratteristico, e nello stesso tempo il più difficile ad essere definito della compa­gnia.

Fra i tre, pur così dissimili fra, di loro, ma accomunati dalla triste eventualità del delitto, regna la più grande e cordiale entente.

Si vede che il Derosas si è imposto, ed è stato accettato dagli altri, come il capo della banda; egli ha in suo vantaggio, uno stato di servizio più... glorioso, un'intelligenza assai superiore a quella degli altri, soprattutto una rinomanza, meritata, non c'è che dire di audacia e di coraggio.

Curiosissimi sono i particolari che questi banditi danno della. loro esistenza che in ultima analisi materialmente non deve essere molto cattiva, almeno a giudicarne dal florido stato di salute specialmente del Derosas e dell'Angius.

Essi non dormono due notti di seguito nella stessa località - e mentre due riposano l'altro veglia.

Essi vanno continuamente pellegrinando per i monti del centro dell'isola spostandosi giornalmente per delle distanze relativamen­te enormi.

Essi vivono praticamente, il più spesso di pane e latte, qualche volta si danno il lusso di qualche pò di carne. Non mancano però, lo notammo, né di sigari né di tabacco.

Il loro armamento è completo e terribile.

Possiedono bellissimi fucili a retrocarica perfino col calcio intagliato e rabescato, posseggono rivoltelle e pugnali, di quest'ul­timi è notevole quello del Derosas a forma di mezza daga con manico a croce e fodero di cuoio. È un'arma quasi di lusso.

Di cartuccie poi, sono sempre carichi: quando noi li vedemmo ne avevano delle ventriere riboccanti.

Interrogati se temono la caccia che danno loro le autorità di Pubblica sicurezza se la cavarono con una piccola scrollatina di spalla e con una breve risata canzonatoria. Essi si tengono perfet­tamente sicuri. Non temono che le spie, ed è perciò che quando esse capitano fra le loro unghie ne fanno le terribili vendette che si sanno.

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 17-11-07