Periodo prenuragico

 

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DAL PALEOLITICO ALLE DOMUS DE JANAS

 

 

Alla luce delle recenti scoperte avutesi nell'Anglona, viste le tracce di frequentazione rinvenute nella grotta Corbeddu di Oliena, si è concordi nel far risalire la comparsa dei primi uomini in Sardegna al paleolitico inferiore (età della pietra antica, 500.000 - 120.000 a.C.).

I ritrovamenti in questione, ancora oggi al vaglio degli archeologi, sono da ritenersi eccezionali perchè costituiscono fonti di prova uniche per documentare il paleolitico in Sardegna. Infatti, prima di queste scoperte, le più remote tracce della presenza umana nell'Isola, rivelate dalla produzione della ceramica cardiale e dal commercio dell'ossidiana, venivano attribuite al neolitico antico (età della pietra levigata, 6.000 - 5.800 a.C.).

Per quanto riguarda invece il territorio di Usini, le testimonianze più antiche sono riferibili al neolitico recente e, più precisamente, alla cultura di San Michele di Ozieri (3.800 - 2.900 a.C.).

Fu, questa del "San Michele", una cultura prenuragica fortemente distinta da un'enorme quantità di manifestazioni culturali. Le genti del neolitico operarono una vera e propria rivoluzione agricola. Infatti, mentre i periodi precedenti furono maggiormente caratterizzati da un'economia nomade di caccia, pesca e raccolta, i tipi umani di "etnia Ozieri" incentivarono l'agricoltura e diedero vita ad una società capace di sfruttare intensamente il suolo, sia in campo agricolo che in quello minerario. Il tutto collegato al commercio dei prodotti agro-pastorali e dell'ossidiana.

I PRIMI VILLAGGI

Con la messa a coltura dei campi e con l'allevamento del bestiame nacquero i primi insediamenti fissi, i primi villaggi, la cui crescita fu indubbiamente favorita dalla presenza di terreni adatti alle coltivazioni o al pascolo, soprattutto se situati in prossimità di corsi d'acqua o di sorgenti naturali. L'acqua costituì un richiamo irresistibile per i popoli della preistoria, assumendo importanza vitale per lo sviluppo degli stessi e per il progresso delle varie civiltà.

Di conseguenza, la presenza dei due fiumi che cingono quasi per intero il territorio di Usini fu determinante per la crescita dei primi insediamenti. E' quindi lungo il rio Mannu e il rio Mascari che i nostri più antichi progenitori posero le basi della loro esistenza e, sicuramente, anche in prossimità di quelle valli, ora semi-aride, ma un tempo fertili e verdeggianti letti di antichi ruscelli minori.

Le genti di cultura Ozieri produssero una notevole quantità di oggetti d'uso o rituali; ma, per quanto ci riguarda, la documentazione che permette di riconoscere nel territorio questa fase del neolitico risulta limitata quasi esclusivamente alle tombe che dagli uomini del "San Michele" furono costruite.

Si tratta di costruzioni funerarie ipogeiche, scavate con picchi di pietra in corrispondenza di pareti di roccia verticali. Meglio conosciute come domus de janas, questi monumenti prenuragici si ritrovano ancora numerosi lungo i costoni calcarei delle vallate che guardano al rio Mannu e al rio Mascari e in quelle altre depressioni naturali, un tempo solcate da corsi d'acqua ormai scomparsi (Badde Maninchedda, Badde Cubas).

LE DOMUS DE JANAS

Diversa è la distribuzione territoriale delle domus de janas; essa è determinata, oltre che da fattori geografici, anche dalla natura geologica del suolo. Detti ipogei possono presentarsi isolati, oppure uniti a formare delle necropoli.

L'interno di una domus de janas è di solito accessibile tramite un portello d'ingresso trapezoidale avente angoli arrotondati, la forma delle celle sotterranee può essere curvilinea o quadrangolare: il primo tipo è caratterizzato dalla volta cosiddetta a "forno"; nel secondo tipo la volta è piana.

E' spesso evidente nelle forme di pianta delle domus e, in particolare, nella geometrica distribuzione dei vani interni, una ricerca di simmetria rilevata dai cosiddetti schemi a "T". Il disegno più ricorrente di questi schemi presenta, appena varcato l'ingresso, un'anticella di disimpegno seguita da un vano maggiore disposto trasversalmente (cella principale). Altre volte lo schema a "T" viene a mancare, almeno in apparenza: ciò avviene quando le celle di deposizione sono state aggiunte in epoche successive alla costruzione della tomba, andando a modificare il classico sistema di pianta che, tuttavia, è quasi sempre riconoscibile.

Per ciò che concerne invece i resti di abitato, si può dire che le genti di cultura San Michele usarono costruire capanne fatte di materiale deperibile (legno, frasche), montato su di un basamento circolare di pietre sovrapposte, per cui poco resta sul terreno che permetta di individuare la struttura originale di queste antiche dimore.

LE "CASE DEI VIVI"

La necropoli di S'elighe Entosu

Comunque, oltre ai resti sul terreno, abbiamo il conforto di altre preziose testimonianze che contribuiscono a completare la scientifica ricostruzione della capanna prenuragica. utili indicazioni si ricavano, infatti, dalle domus de janas costruite a somiglianza della case dei vivi e aventi quindi, riprodotti nella roccia, alcuni particolari architettonici propri delle costruzioni subaeree (tetti, travi, stramaglie, finestre, scalini, focolari, cornici, etc.).

Interessantissima a riguardo si presenta la domus V della necropoli di S'Elighe Entosu, nella quale, oltre alla rappresentazione scolpita nella roccia del tetto a doppio spiovente, completo di trave di colmo e di travetti laterali, si accompagna la riproduzione del focolare domestico al centro della cella principale e, in aggiunta, un singolare motivo a zig zag scolpito su una parete di tale cella: il disegno delle stramaglie che seguivano la linea dei due spioventi.

  • vedi la pianta e le sezioni della domus V

  • interno della domus V

  • interno della domus III

  • la domus VI

  • la domus IV

Sempre a S'Elighe Entosu, la domus III, invece, al centro della camera principale figura scolpita sul pavimento  la riproduzione  del focolare, mentre le colonne ricavate nella roccia che sembrano reggere la volta piana dell'ipogeo, altro non possono essere interpretate se non come la copia delle strutture lignee che nella casa dei vivi sostenevano il trave di colmo del tetto. Inoltre, le cellette di deposizione che fanno da corona al vano centrale risultano rialzate rispetto al piano di terra, in maniera tale che i loro portelli d'ingresso sembrano rappresentare le vere aperture laterali che servivano da finestre nelle capanne prenuragiche.

ALTRE NECROPOLI IPOGEICHE

Le domus di S'Iscala 'e Sa Figu e di Su Zonchinu

vedi la pianta e le sezioni della domus III di S'Elighe Entosu

Infine la domus II. Essa è stata per anni impietosamente adibita a base di lancio per il tiro a piattello. Nei pressi del monumento, fino a pochi anni addietro, si trovava ancora, parzialmente integro,  il chiusino di pietra che doveva coprire il portello d'ingresso al vano maggiore dell'ipogeo.

Oltre alla necropoli di S'Elighe Entosu, è sicuramente degna di nota quella di S'Iscala 'e Sa Figu, composta da almeno cinque ipogei funerari, tra i quali si distingue per la bellezza degli interni la domus III. La tomba, con le sue colonne ed i suoi piani rialzati, imita l'imponente casa dei vivi che doveva trovarsi in quelle vicinanze; a testimonianza di un'agricoltura florida che doveva garantire un certo benessere alle popolazioni prenuragiche di quel territorio.

Sono inoltre numerose le domus de janas isolate o formanti piccoli gruppi di due o tre ipogei. Tra queste, per diversi motivi legati a particolari elementi architettonici, decorativi o rituali, distinguiamo la domus II di Su Zonchinu. Ricavato nella parte alta di un frontone di roccia calcarea, questo ipogeo non è raggiungibile dal piano di terra e, forse, per questo, presenta due fori simmetrici posti in corrispondenza della base del portello d'ingresso. I due fori servivano, probabilmente, per fissare una scala di legno, senza la quale sarebbe risultato pressoché impossibile accedere all'interno della tomba.

 

LA SIMBOLOGIA RITUALE DEL NEOLITICO

Le domus de janas di Santa Caterina

Risalendo il rio Mannu e non molto discosta dalla precedente, troviamo un'altra sepoltura ipogeica degna di segnalazione. Si tratta della domus III di Santa Caterina. In essa lo schema di pianta è quello classico a "T", l'ipogeo è alquanto danneggiato e reca sulla parete di fondo, a fronte dell'ingresso, un interessantissimo motivo a triangolini rovesciati con sovrapposizione di una doppia protome taurina.

Queste figurazioni si ricollegano strettamente alle manifestazioni religiose tipiche delle genti di cultura Ozieri. I triangoli rovesciati, che riportano alla memoria quelli disegnati su un piatto di ceramica rinvenuto a Monte d'Accoddi, simboleggiano una divinità femminile, la cosiddetta Dea Madre, protettrice dei campi e delle messi, simbolo di fertilità e di procreazione. La protome taurina si ricollega ad un altro culto molto sentito nella Sardegna preistorica: la religione del Dio Toro. Il toro simboleggia la divinità maschile e viene rappresentato molto spesso negli ipogei funerari sardi per assicurare al defunto la protezione dal malocchio e dagli spiriti maligni.

  • domus III di Santa Caterina

Un altro ipogeo di Santa Caterina è attribuibile alla cultura di Ozieri per il suo schema di pianta a "T". Si tratta della domus I. Essa presenta agli angoli della volta della cella principale dei fori scavati verso l'alto, ma non comunicanti verso l'esterno e che quindi non servirono per l'illuminazione durante lo scavo. Questi fori che per il fatto che non sono passanti richiamano quelli rinvenuti nelle mastabe egizie, possono essere interpretati come le aperture simboliche attraverso le quali dovevano passare le anime dei defunti per intraprendere il loro viaggio verso l'oltretomba.

LA DOMUS INCOMPIUTA DI SAS ISCIAS

L'area archeologica di Santa Caterina  offre ampie possibilità di studio e di ricerca, essendo stata oggetto di insediamenti umani dal neolitico all'alto medioevo senza grandi interruzioni. La località ha conosciuto, infatti, oltre a stanziamenti di cultura San Michele, anche presenza in età nuragica, romana, bizantina, fin oltre l'età dei giudicati.

Un'altra parte del territorio usinese che può vantare testimonianze archeologiche di rilievo è quella situata in prossimità della confluenza tra il rio Mannu e il rio Minore. La regione in questione, denominata Sas Iscias, è caratterizzata dalla presenza di numerosi monumenti funerari di varia tipologia costruttiva. Uno di questi rappresenta un caso abbastanza insolito e per questo molto interessante di domus de janas incompiuta. Lo scavo di questo ipogeo non venne ultimato e il tutto dà un'idea abbastanza precisa di come doveva presentarsi circa 5.000 anni fa una domus de janas durante la sua costruzione.

  • Badde Ruos, domus I

Abbiamo studiato fin ora i più rappresentativi monumenti di arte prenuragica che nel territorio di Usini seguono il corso del rio Mannu. In realtà è lungo questo fiume che si ritrova la maggior parte delle testimonianze archeologiche; tuttavia appare doveroso soffermarci sulla descrizione di un gruppo di grotticelle artificiali localizzabili in regione Sos Baddulesos, nei pressi, questa volta, del rio Mascari

LE DOMUS DI SOS BADDULESOS

Vi si possono visitare almeno cinque domus de janas, costruite secondo differenti tipologie e, forse, in tempi diversi. La domus I ha in comune alcuni elementi architettonici con la domus III di S'Elighe Entosu, tanto da sembrare scavata dalla stessa mano: sono anche qui presenti le colonne al centro del vano principale e le cellette di deposizione risultano rialzate. seppure in misura minore, rispetto al piano di terra.

Interessante è anche la domus III che, costruita presumibilmente in "tempi San Michele"m (come suggerisce lo schema di pianta a "T"), venne riutilizzata in un successivo periodo, come dimostrano i frammenti ceramici rinvenuti all'interno e la stele caratteristica ricavata sul prospetto, attribuibile, come i manufatti ceramici, all'età nuragica (cultura di Bonnanaro (1.800 - 1.500 a.C.)

  • Sos Baddulesos, interno della domus I

  • Vedi la pianta della domus I di Sos Baddulesos

Alla ricchezza e al benessere del "San Michele" conseguì una notevole produzione di materiale ceramico, abbellito sovente da variopinte decorazioni eseguite in stile geometrico. La ceramica prodotta dalle genti di questa cultura andava a costituire il corredo funerario che accompagnava il defunto all'interno della sepoltura. Le antiche e recenti devastazioni e l'assenza totale di scavi stratigrafici non hanno però permesso agli ipogei usinese di restituire alcun reperto attribuibile alla cultura di Ozieri. Se qualcosa è casualmente venuto alla luce, si è trattato per lo più di frammenti prodotti da culture eneolitiche e, quindi, cronologicamente successive a quella della quale ci stiamo ora occupando.

 

ELEMENTI ARCHITETTONICI DELLE DOMUS DE JANAS

Per quant' altro riguarda ancora elementi decorativi o rituali presenti all'interno degli ipogei usinesi, citiamo infine:

la domus VI di S'Elighe Entosu, perché presenta sulla volta, in corrispondenza del portello d'entrata, alcune incisioni rettilinee che riproducono ancora una volta i travetti laterali del tetto della capanna prenuragica;

la domus II di Santa Caterina, dove sulla parete nord della celletta di deposizione figura una insolita incisione di dubbia interpretazione, simboleggiante forse un tipo particolare di protome bovina

la domus IV di Sos Baddulesos, dove su una parete della camera principale figura scolpita una falsa porta, ovvero un'altra rappresentazione simbolica: è una porta che in realtà non esiste, ma è il misterioso varco che le anime dei defunti dovevano superare per raggiungere l'aldilà.

  • pianta delle domus de janas di Pilotta

 

L'ETA' DEL RAME

Cronologia

La fine del neolitico coincide con l'inizio dell'età del rame e quindi con l'eneolitico (2.900 - 1.800 a.C.). Con la scoperta dei metalli le possibilità economiche ed il tenore di vita dei sardi si affievolirono notevolmente. L'ossidiana, ovvero l'oro nero del neolitico che tanta ricchezza aveva dato alla Sardegna, perse sostanzialmente il suo valore a vantaggio della nuova materia prima che, nell'eneolitico con il rame e soprattutto più tardi con il bronzo e del ferro in età nuragica, sostituì nella produzione degli oggetti d'uso e della statuaRia ornamentale la più antica materia prima, la pietra.

Con l'età del rame, vuoi per le tecniche ancora poco raffinare di estrazione del metallo, vuoi per l'agguerrita concorrenza in campo commerciale, la Sardegna perse la sua posizione di spicco nell'ambito dei traffici del Mediterraneo. Tutto questo provocò di conseguenza grossi scompensi alle genti dell'età del rame, sia per quelle appartenenti alla cultura di Filigosa (2.900 - 2.700 a.C.), sia per quelle di cultura Abealzu (2.850 - 2.630 a.C.), di cultura Monte Claro (2.900 - 2.550 a.C., sia per i gruppi umani che diedero vita alla manifestazione culturale del vaso campaniforme (2.850 - 2.000 a.C.).

Di conseguenza modesti furono gli aspetti culturali prodotti nell'eneolitico. Comunque, nonostante la scarsità di testimonianze attribuibili a questa fase dell'età prenuragica, esiste per il territorio di Usini una documentazione sufficiente per attestare almeno tre delle suddette culture.

L'ETA' DEL RAME

Culture di Abealzu, Monte Claro e del Vaso Campaniforme

Infatti, premettendo che le popolazioni dell'età del rame di rado costruirono nuovi ipogei (si limitarono a riutilizzare quelli già esistenti), sulla base di analoghi ritrovamenti avutisi in Sardegna, siamo in grado di attribuire alla cultura di Abealzu una testa di mazza o ascia-martello rinvenuta in ago di Usini e custodita oggi nella sale del museo archeologico di Sassari

Un'osservazione più attenta sarebbe di certo sufficiente per ottenere dati molto interessanti a riguardo di una ricostruzione cronologica degli insediamenti che col tempo si succedettero sul monte di Sant'Andrea. L'area fu sede di stanziamenti dell'età del rame e, in seguito, sito di presenze nuragiche, romane e alto medioevali. Tra i vari cocci di argilla disseminati sul terreno solcato dagli aratri, sono ancora riconoscibili frammenti di manufatti ceramici di cultura Monte Claro. Si tratta della cosiddetta ceramica a "sandwich", presentante scanalature verticali; è un tipo di lavorazione caratteristica che permette di documentare anche questa cultura.

Abbiamo già accennato al fatto che le popolazioni eneolitiche della Sardegna usarono svuotare e poi riutilizzare le sepolture ipogeiche di cultura Ozieri. Questo è uno dei principali motivi per i quali sono rari i ritrovamenti di ceramica neolitica all'interno delle domus de janas. In questa è più facile riportare alla luce frammenti prodotti da culture successive. E' il caso dell'ipogeo IV di Su Pianu 'e Sas Piras che, costruito presumibilmente in tempi "San Michele" (schema di pianta a "T"), fu violato e riutilizzato nell'eneolitico. dal suo interno proviene un reperto in ceramica prodotto dalle genti del vaso campaniforme che, se non altro, permette di attestare per il territorio di Usini anche questa manifestazione culturale.

 

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Ultimo aggiornamento: 17-11-07