Periodo spagnolo

04-11-12

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Usini nel XIX secolo

 

 
 

DALL'OCCUPAZIONE ARAGONESE ALLA DOMINAZIONE SPAGNOLA

Nei primi anni dell'età giudicale i giudici sardi dovettero far fronte alle scorrerie delle flotte arabe che devastavano i litorali della Sardegna. Nel 1015 il condottiero saraceno Museto, con l'intento di impadronirsi dell'isola, approdò con le sue navi nel golfo di Cagliari, assoggettando ben presto i territori e le genti del Campidano. Sollecitate dal Papa Benedetto VIII, intervennero, in difesa dei sardi, le flotte di Pisa e Genova che costrinsero gli arabi a porre fine al loro tentativo di conquista.

Le due repubbliche marinare, forti del successo ottenuto in campo militare, maturarono il proposito di attuare una politica di espansione commerciale nell'isola, favoriti anche dai legami stretti con i giudici sardi, i quali vollero assicurarsi i favori e la protezione dei nuovi alleati, elargendo loro ampie concessioni territoriali e vari privilegi commerciali e conducendo un'accurata politica matrimo­niale. Numerose furono anche le donazioni dì chiese e monasteri eseguite dai giudici in favore delle cattedrali delle due città marina­re: le chiese di Santa Maria di Pisa e di San Lorenzo di Genova.

L'attività politica e commerciale dei pisani e dei genovesi in Sardegna fu, all'inizio, pacifica e regolare; in seguito, gli interessi delle due potenze vennero a scontrarsi e si accese una forte rivalità per la supremazia sull'isola.

Fu la repubblica pisana a svolgere una più incisiva penetrazione territoriale. Infatti, fino alla conquista aragonese del 1323, Pisa poteva vantare il suo dominio nel giudicato di Gallura e in quello di Cagliari, e controllava, insieme ai genovesi, vaste regioni del Logudoro. Solo il giudicato di Arborea riuscì ancora a lungo a mantenere la propria autonomia, fino a quando cadde, inevitabilmente, sotto la sovranità della corona d'Aragona.

Per quanto riguarda il giudicato dì Torres, diremo che alla morte di Adelasia (1259), ultima giudicessa del Logudoro, ci fu nei territori del regno una totale rivoluzione dell'antico ordinamento ammini­strativo. Ciò fu causato dall'operato delle famiglie genovesi che da tempo avevano esteso le loro mire alla parte settentrionale dell'isola.

La fortuna dei Doria e dei Malaspina in Sardegna crebbe quando questi, in occasione della conquista da parte degli aragonesi, decisero di appoggiare questi ultimi nella guerra contro i pisani, e per ciò ebbero ampi riconoscimenti e numerosi feudi sardi vennero loro assegnati dal Re d'Aragona.

Ai Doria appartenevano molti dei territori della costa e anche diverse regioni dell'interno. Questi possedimenti erano difesi dai castelli di Monteleone, Monteacuto, Castelgenovese e dalle fortificazioni di Alghero.

I Malaspina si erano invece insediati più a sud e possedevano i castelli di Osilo e di Bosa, nonché i territori delle vecchie curatorie di Coros, Figulinas, Romania, e Montes.

Alla fine del XII secolo il Papa Bonifacio VIII concesse in feudo l'isola di Sardegna al Re d'Aragona Giacomo II. L'effettiva conquista aragonese avvenne però negli anni 1323-1324, quando la flotta dell'infante Alfonso, figlio primogenito di Giacomo II, piegò la resisten­za dei pisani costringendoli ad abbandonare ogni pretesa sull'isola.

Il governo del regno di Sardegna, come da allora fu chiamato, venne affidato ad un viceré che si avvaleva della collaborazione di due governatori, uno per il Capo di Sopra (Sassari) e l'altro per il Capo di Sotto (Cagliari). Questi due alti funzionari assicuravano i collegamenti tra la Sardegna e il sovrano aragonese.

Ebbe inizio così un altro triste capitolo della storia della Sardegna. Il malgoverno e le continue guerre che caratterizzarono i secoli XIV e XV, provocarono un brusco impoverimento dell'economia con conse­guenze disastrose. Si ebbero pestilenze e carestie che, insieme alle epidemie malariche, furono causa di un notevole spopolamento dei territori sardi. Moltissimi tra i centri abitati sorti nell'alto medioevo vennero abbandonati e gradualmente scomparvero. Inoltre, ad aggra­vare la già precaria situazione, intervenne un altro fatto che contribuì fortemente alla destabilizzazione della realtà socio-economica giu­dicale: l'introduzione del feudalesimo da parte degli aragonesi.

Con l'ordinamento feudale le vecchie curatorie cessarono comple­tamente di esistere e le ville che ne avevano fatto parte vennero assegnate ai feudatari stranieri, in particolare a quelli più meritevoli che si erano distinti con valore durante le guerre di conquista del regno.

Tutto ciò provocò l'inevitabile protesta armata dei Doria e dei Malaspina che interpretarono le nuove istituzioni aragonesi come una minaccia per i loro interessi.

Anche il giudicato di Arborea tentò di riaffermare con le armi la propria indipendenza, ma dopo la morte di Eleonora d'Arborea anche il valoroso Leonardo d'Alagon dovette cedere agli aragonesi, usciti vittoriosi dalla battaglia di Macomer nel 14781.

 

Nel 1479, alla morte del Re Giovanni II, si ebbe l'ascesa al trono di Aragona di Ferdinando II, il quale, dieci anni prima, si era unito in matrimonio con Isabella, erede al trono di Castiglia. Con l'unione dei due più importanti regni della penisola iberica si ebbe la nascita della corona di Spagna.

Con la dominazione spagnola non si ebbero in Sardegna grossi cambiamenti. Rimasero le suddivisioni amministrative precedenti e così pure gli ordinamenti feudali. Nelle terre sarde, ormai divise in ducati, marchesati, baronie e contee, si acuì il grave processo di decadimento della realtà sociale e dell'economia. Non ci furono in questo periodo importanti eventi culturali e l'agricoltura e la pastorizia conobbero un rapido declino.

Triste fu il quadro delle pestilenze e delle carestie per le quali si ebbe un notevole decremento demografico. Tra le pestilenze più gravi merita un triste ricordo quella del 1528, a causa della quale il villaggio di Tissi rimase spopolato e abbandonato.

Anche per Usini si registrano nel periodo spagnolo andamenti demografici piuttosto altalenanti, caratterizzati da paurosi cali e da vistosi incrementi.

Nel 1358, nel villaggio di Usini, che era il centro più popoloso tra gli altri della curatoria di Coros, si contarono 34 fuochi e 50 uomini abili alle armi. Il reddito totale era di 13 lire e un soldo.

Un altro censimento è quello del 1485, quando la baronia di Usini, comprendente i villaggi di Usini, Tissi, Ossi, Ittiri e Muros, contava 172 fuochi.

Nel 1603 furono censiti nella baronia di Usini (per Usini e Tissi) 140 fuochi.

Nel 1678, per Usini, 138 fuochi.

Nel 1688, 99 fuochi, per un totale di 281 abitanti, suddivisi in 128 maschi e 153 femmine.

Nel 1696, 148 fuochi, tra cui 191 maschi e 212 femmine.

 

Tav. XVIII

 

Dati demografici storici della popolazione di Usini

Anno 1358 fuochi 34 e 50 uomini abili alle armi.

"        1485 fuochi 172, complessivamente riferiti alla baronia

di Usini che comprendeva in quel tempo anche i

villaggi di nssi, Ossi, Ittiri e Muros.


"        1603 fuochi 140, per la baronia di Usini comprendente

i villaggi di Usini e Tissi.

"        1678 fuochi 138.

"        1688 fuochi 99, per un totale di 281 abitanti suddivisi

in 128 maschi e 153 femmine.

"        1698 fuochi 148, per un totale di 403 abitanti suddivisi

in 191 maschi e 212 femmine.

"        1728 fuochi 164, per un totale di 586 abitanti.

"        1751 fuochi 214, per un totale di 829 abitanti suddivisi

in 427 maschi e 402 femmine.

"        1781 abitanti 915

"        1821 abitanti 2360*

"        1824 abitanti 1255

"        1838 abitanti 1300

"        1844 abitanti 1472

"        1848 abitanti 1512

"        1857 abitanti 1668

"        1861 abitanti 1701

"        1871 abitanti 1897

"        1881 abitanti 2049

"        1901 abitanti 2390

 

Anche il villaggio di Usini tù soggetto alle istituzioni ed alle imposizioni del regime feudale spagnolo. Il centro urbano ed il territorio circostante conobbero l'avvicendarsi di un nutrito nume­ro di feudatari che non sempre amministrarono con saggezza ed equità i loro possedimeniti: talvolta il loro operato fu così tirannico e dispotico elle il popolo, malcontento e stanco dei soprusi subiti, scatenò finalmente la sua rabbia in occasione della rivolta di G.M. Angioy

Alla voce "Usini" del suo Dizionario padre Vittorio Angius scrive:

 

"II feudatario era padrone di tutte le terre aperte; le affittava tutti gli anni, e in un dato giorno concorrevano tutti i vassalli alla casa del fattor baronale, il quale ripartiva fra medesimi le terre, obbligandoli ad un i moderato canone da pagarsi in granaglie  nel tempo del ricolto. Ma diremo più distintamente.

Il feudo era misto ed aveva i seguenti diritti:

-- Su feu (il feudo), Per questo ogni ammogliato dovea pagar una lira. 1 nubili che erano capi di casa, e come tali partecipavano alle terre, erano obbligati alla sola meta (ss. 10).

-- Su puddu (il pollo). A questo titolo ogni agricoltore era obbligato a ss. 5 (ital. 10 circa), o ad         offrire una gallina.

- Prato. Pel prato pubblico (pascolo comune del bestiame manso) si doveano ss sardi 9, tien. 8.

- Terratico. Per questo diritto pagavasi in natura e in ragione della capacità e,feracità del terreno­

- Salto. Per cadaun salto (distretto territoriale) doveasi dare gli agricoltori lire sarde 1, ss. 5

- Diritto del vino. Per ogni carico, di vino ss. 1.

- Deghino. Per ogni segno di bestiame (greggia o armento dello stesso marchio) sceglieva il feudatario due capi, un altro capo il delegato di giustizia, ed una "saccaja" lo scrivano.

- Comandamento domenicale. Ogni vassallo dovea trasportare un rasiere di grano (un sacco o starelli 3,12) al luogo che indicasse il feudatario. '

- I pesi che portava il feudatario consistevano nel terzo degli alimenti agli spuri, negli alimenti medicinali ai poveri carcerati.

- Per l'amministrazione della giustizia corrispondeva rasieri 8 di grano al delegato, rasieri 5 allo scrivano, che fatta la comune ammontavano a lire sarde 162, ss. 10.

- L'annuo reddito feudale di questa contea si calcolava in lire sarde 7.500 e tenevasi sempre in economia...

Della Usini spagnola non è rimasto molto al giorno d'oggi, ma quelle poche testimonianze che ancora esistono meritano di essere menzionate perché, se non altro, ne rimarrà il ricordo in queste pagine.

 

 

Le Carceri Baronali

 

Sulla odierna via Volta, un tempo chiamata via del Duca, all'altezza del vecchio lavatoio, trovavano posto le antichissime carceri feudali.

Ricorda Ignazio Delogu che "Nella grotta che fu orrendo carcere feudale [...] era ancora possibile vedere, anni addietro, gli anelli di pietra dentro i quali scorrevano le catene, gli alloggi del trave centrale per la tortura e, graffiti nella roccia viva, i disperati messaggi dei detenuti... ".

Attualmente, le vecchie carceri baronali si presentano quasi

completamente ostruite da materiale edilizio di scarto. Nel loro interno, nell'angusto spazio che ancora rimane libero dai detriti, è possibile vedere, inciso sulla parete di roccia, il disegno stilizzato di un volto umano.

 

I palazzi baronali

 

Lungo le antiche via del Duca, Carrela Manna e Carrela 'e Su Monte (oggi rispettivamente via Volta, via Roma e via Risorgimento) si trovavano costruite le case e i magazzini del feudatario. La maggior parte di questi edifici è ormai scomparsa per far posto all'attuale assetto del paese; tuttavia, nella parte più vecchia dell'abitato, si regge ancora un antico fabbricato che, nonostante sia da anni abbandonato a se stesso, sembra sopportare bene il suo carico di storia. Si tratta del palazzo del fattore baronale che, ancora oggi, è ricordato come Su Magasinu 'e Su Fattore, ed è situato sulla via Roma, quasi di fronte alla chiesa di Santa Maria e fa angolo con via Dannunzio, quella stretta e ripida salita che conduce a Carrela `e Sa Rughe (oggi via Garibaldi) e che nel secolo scorso veniva ancora chiamata S'Ottorinu 'e Su Fattore. L'edificio venne assalito più volte dai contadini usinesi negli anni della rivolta antifeudale per prote­stare contro i soprusi del duca dell'Asinara don Antonio Manca.

Sull'altro lato del piazzale di chiesa e, quindi, poco distante dal precedente, troviamo un altro palazzo che fu sede dell'amministra­tore dell'antico feudo. Questo edificio è oggi conosciuto come la "casa del pievano", ma, sulle sue mura esterne, anni addietro, era ancora possibile vedere lo stemma della famiglia Manca che, con ogni probabilità fece costruire il fabbricato.

Di altre case baronali non si ha che il ricordo. Antichissime origini doveva avere il castello che dominava il villaggio, del quale si ha memoria soltanto nel nome della piazza principale dell'attuale abitato di Usini. Scomparso è anche il grande palazzo di via Risorgimento, demolito solo di recente, all'interno del quale si conservava lo stemma dei Manca. Era forse questa la residenza usinese dei conti di San Giorgio e del duca dell'Asinara. Sempre in via Risorgimento, all'angolo con via Corsica, troviamo i resti dell'edi­ficio che fu adibito con la legge del ministro Bogino a casa del monte granatico. L'istituzione dei monti granatici o frumentari in Sarde­gna ha origini antichissime, ma il loro uso fu largamente ripreso nel tardo settecento. I "monti" venivano utilizzati come scorta di sementi in favore degli agricoltori più poveri e maggiormente colpiti dalle carestie. La casa del monte granatico diede il nome alla strada

che, ancora adesso, gli anziani di Usini chiamano Carrela `e Su Monte e che divenne. nei primi anni di questo secolo, via Casa Comunale, in epoca fascista via del Littorio e, finalmente oggi, via Risorgimento.

Un altro stemma. della famiglia Manca è, invece ancora, visibile, in tutta la sua grazia cinquecentesca, scolpito su una delle pareti che circondavano le antiche carceri baronali di via del Duca.

Il bassorilievo rappresenta un braccio sinistro armato d'argento movente dal fianco destro e impugnante una spada alta in palio: in punta dello scudo un elmo d'argento, di fronte, semiaperto, ornato di tre penne di struzzo d'azzurro. Il motto della famiglia era LABOR OMNIA VINCITI.

Lo stesso stemma, con le sue varianti, figura inoltre a:

SASSARI

- sulla facciata del palazzo ducale:

- sulla facciata delle scuderie del duca, di fronte al suddetto palazzo;

-- sulla facciata del palazzetto d'Usini in piazza Tola;

- all'interno del suddetto palazzetto;

- all'interno del Duomo, sul pulpito alla destra del presbiterio;

- sempre all'interno del Duomo, sulla destra della navata centrale;

- sulla facciata di una casa di fronte al Duomo;

- all'interno dell'episcopio, sulla porta dell'oratorio di Sant'Andrea;

-- nella chiesa di San Donato, su una lastra di marmo a fianco dell'altare maggiore, posta nel 1612 dal vescovo Gavino Manca, Cedrelles;

- all'interno della chiesa di San Pietro di Silki, su una lapide posta vicino alla tomba di Giacomo Manca III, barone di Usini, morto nel 1632;

- su una lastra di marmo conservata nei magazzini di palazzo ducale;

- su una lastra di marmo conservata nel cortile della chiesa di Santa Maria di Betlem.

 

 

THIESI

 

- all'interno della chiesa parrocchiale.

 

 

LACONI

 

- sul portico nei pressi della chiesa parrocchiale.

 

 

SARROCH (Villa d'Orri) - sulla facciata di una villa.

 

 

PORTOTORRES

 

- nella basilica di San Gavino, stemma dell'arcivescovo Gavino Manca Cedrelles.

 

Figura, inoltre, in un diploma di laurea dell'università di Pisa, rilasciato il 27 maggio 1593 a don Francesco Manca de Cedrelles, e in altre pergamene e bolli a secco di vari documenti del XV-XVI secolo

 

Ordine cronologico delle successioni feudali

 

Dalle fonti storiche si apprende che una certa Urica, forse una donnicella sarda del XII secolo, convolò a nozze con un Corrado Malaspina, portandogli in dote vasti possedimenti del Logudoro fra cui il castello di Osilo e i territori e i villaggi delle vecchie curatorie di Coros, Fígulinas e Montes.

Urica e Corrado non ebbero eredi, per cui, alla loro morte, il patrimonio divenne possesso dei fratelli Opizzino, Manfredi e Moroello Malaspina.

Nel 1309 il castello di Osilo e gli altri possedimenti, tra cui la curatoria di Coros e, quindi, il villaggio di Usini, furono assegnati a Franceschino16, Moroello e Corradino dei Malaspina di Mulazzo.

Nel 1320 i predetti territori si trovavano sotto la signoria dei fratelli Giovanni, Federico e Azzone Malaspina (figli di Opizzone) e dei fratelli Giovanni e Moroello Malaspina (figli di Franceschino).

Nel 1338 i figli del marchese Opizzone si divisero i beni paterni e, in particolare, Giovanni ottenne i feudi sardi che comprendevano le regioni di Coros, Figulinas e Montes.

Rimasto unico proprietario dei suddetti possedimenti, nel 1339 Giovanni Malaspina fece legittimare dal Re il figlio Antonio perché potesse succedergli. Lo stesso anno Antonio moriva e Giovanni, per fedeltà alla corona d'Aragona, decise di fare un altro testamento nominando erede lo stesso Re Pietro III il cerimonioso.

Alla morte di Giovanni Malaspina, avvenuta nel 1342, i fratelli di lui Azzone e Federico, scontenti delle decisioni dell'estinto, giunsero in Sardegna e, con la forza, ripresero possesso del feudo fraterno, senza rispettare il testamento del fratello e ignorando le suppliche dei cugini Giovanni e Moroello che li pregavano di desistere dall'impresa.

Comunque, nonostante ciò, il Re riconobbe ugualmente i diritti di Azzone e Federico, tantoché, nel 1352, quest'ultimo fu investito dal sovrano aragonese del feudo di Osilo e delle curatorie di Coros, Figulinas e Montes.

In seguito, dal 1355 in poi, per effetto dei contrasti sorti tra le famiglie genovesi e gli aragonesi, le fonti storiche non riportano più i Malaspina come possessori dei territori su indicati. I feudi furono loro tolti dal Re e vennero incamerati tra i beni della corona d'Aragonal.

Infatti, dal 1355 al 1358, il Re Pietro III enumerava tra le altre sue proprietà anche le ville di Manstola, Vindiguinori, Sarti, Ossi, Tissi, Usini, Bangius, Zucca, Turtana, Lodai, Canneti, Iteri, Orzocori, 7Urrigui, Liessi, Noracelongu e Giunchi della curatoria di Coros.

Nel 1421, con diploma del 15 febbraio, il Re d'Aragona Alfonso investì del feudo di Osilo il nobile valenzano Gilalberto Centelles, altrimenti chiamato Bernardo di Rivosecco, con il titolo di barone d'Osilo. La baronia di Osilo comprendeva oltre al castello e al borgo osilese, anche i villaggi di Usini, Ossi, Muros, Ittiri, Tissi e Uri.

Gli succedette il figlio Francesco Gilalberto Centelles che man­tenne il nome paterno ed ebbe, con decreto reale del 24 giugno 1438, la facoltà di smembrare il feudo avuto in eredità. Così, i17 giugno 1439, cedette per 6.000 lire alfonsine la baronia di Osilo al cognato Angelo Cano, sassarese, figlio di Barisone e marito di Violante Centelles.

Il 15 marzo 1447, il Cano, carico di debiti, rivendette il castello di Osilo al Centelles al prezzo di 4.300 ducati, ma tenne per se le sei restanti ville con il titolo di Barone di Usini che, a quel tempo, era il villaggio maggiore dell'intero feudo.

Dal matrimonio del Cano con Violante Centelles nacquero tre figli, tra cui Antonia che ereditò il feudo paterno e nominò eredi i figli avuti dal marito Pietro Cedrelles: Giovanni Tommaso, Gerolamo Vincenzo e Beatrice Cedrelles, Ma Pietro morì anzitempo e Antonia passò a seconde nozze con il procuratore reale Giovanni Fabra. Da questo matrimonio nacquero altri due figli: Gaspare e Grazia Fabra.

Fu. allora che Antonia, grazie alla benevolenza che aveva il Re Giovanni verso il suo secondo marito, ottenne dallo stesso sovrano aragonese di poter disporre della baronia anche in favore dei figli di secondo letto. Più tardi, i120 dicembre 1480, con decreto del Re di Spagna Ferdinando il Cattolico, Gaspare Fabra, divenne unico erede testamentario del feudo, ma morì ancora in giovane età lasciando due figli: Giovanni e Anna Fabra.

Nel frattempo erano morti prematuramente anche i figli che Antonia aveva avuto dal primo marito Pietro Cedrelles. Uno di questi, Gerolamo Vincenzo, lasciava quattro figli: Gerolamo, Tommaso Giovanni, Pietro e Galzerando.

Alla morte di Antonia Cano si accese una lite per il possesso del feudo tra i figli dell'uno e dell'altro letto, e, nonostante in Sardegna si fosse giudicato in favore dei Fabra, nel Supremo d'Aragona furono i Cedrelles ad avere la meglio, con regia sentenza del 9 marzo 1512, in quanto discendenti dal primo matrimonio di Antonia Cano.

I fratelli Cedrelles si alternarono alla guida della baronia di Usini. Il 2 giugno 1523 vennero riveduti davanti al notaio i confini di quella giurisdizione feudale, poiché il feudatario Gerolamo Cedrelles, spesso e con la forza, sconfinava nei territori della Nurra.

Nel 1527 era barone di Usini Pietro Cedrelles, il quale, sotto il comando del governatore De Seria, si oppose all'invasione francese. Lo stesso Pietro, nel gennaio del 1528, mentre si organizzava la battaglia contro i francesi, fu posto al comando di una brigata stanziata a Usini.

L'ultimo dei Cedrelles fu Galzerando che ebbe per moglie donna Giovanna Carrillo. Rimasto unico possessore del feudo Galzerando decise di smembrare la baronia vendendo nel 1536 i villaggi di Usini, Ossi e Muros a Bernardo di Viramunt per la somma di 7.000 ducati d'oro. La vendita fu però portata a termine solamente nel 1543, ad eccezione della villa di Usini che rimase al Cedrelles.

Nel 1541, non riuscendo a estinguere i propri debiti, Galzerando cedette il villaggio di Uri al reggente Bernardo Simò, e, il 5 aprile 1543, vendette il villaggio di Ittiri a Gia-como Manca per 8.370 ducati d'oro. Il Manca, a sua volta, rivendette Ittiri, per la stessa, somma, al Simò, e, come migliore offerente, acquistò dal Cedrelles i villaggi di Tissi e Usini con atto del 2 dicembre 1544.

Da quest'ultima data, fino al riscatto dei feudi avvenuto nel 1839, le sorti dei villaggi di Usini e Tissi furono accomunate sotto l'egida della famiglia Manca, e non conobbero, per oltre tre secoli, alcuna forma di sviluppo economico o sociale, stretti com'erano nella morsa del regime feudale.

 

LA FAMIGLIA MANCA

 

Progenitore di questa nobile famiglia fu Pedro Emanuel Tala Manca, il quale combatté per la conquista del regno e morì a Barcellona nel 1364.

Il figlio di questi ritenne il nome del padre e, giunto in Sardegna nel 1409 al seguito di don Martino Re di Sicilia, si stabilì a Sassari dove nacquero tre suoi figli: Giovanni, Giacomo e Andrea.

Detti fratelli, al seguito del governatore generale della Sardegna Giacomo Besora, contribuirono, nel 1436, alla vittoria degli aragonesi contro Nicolò Doria nella battaglia di Monteleone, ed ottennero dal Re la nomina di cavaliere ed ebbero infeudate le signorie di Thiesi, Cheremule e Bessude.

Uno di questi fratelli, Giovanni, ebbe tre figli: Brancaccio, che fu podestà di Sassari; Antonio; Andrea che sposò Isabel Cedrelles e che fu padre di quel Giacomo Manca che divenne il primo barone di Usini, con quel cognome, il 2 dicembre 1544.

Giacomo Manca I ebbe per moglie donna Juana Ram di Cagliari e nel suo testamento, aperto i123 marzo 1562, istituì un maggiorato avente ordine di primogenitura con preferenza ai figli maschi e ulteriori discendenti, i quali erano tenuti a conservare il nome e le armi dell'istitutore. Fu uno dei nobili sassaresi che parteciparono, insieme alle milizie nazionali, alla difesa di Castel Aragonese (Castelsardo) dall'attacco sferrato dai francesi capitanati da Renzo Ursino da Ceri e dalla flotta di Andrea Doria, alleato di Francesco I Re di Francia.

Gli succedette il primogenito Giacomo II, coniugato con donna Isabel de Homedes di Sassari. Si deve forse a questo feudatario la costruzione del palazzetto d'Usini nella vecchia Carra Manna (oggi piazza Tola a Sassari) dove, sull'architrave del portone d'ingresso leggesi l'iscrizione:

 

1577 ILLUSTRIS DON JACOBUS MANCA DOMINUS OPIDI DE USINI

 

Ai lati del portone figurano due scudi uguali rappresentanti lo stemma di famiglia, e nella parete sinistra dell'atrio è visibile lo stemma dell'arcivescovo Manca Cedrelles.

Nel 1570 Giacomo Il fu inviato a Madrid come deputato del comune di Sassari con il salario di 500 scudi.

Gli succedette il figlio Giacomo Manca III, cavaliere dell'ordine militare di Santiago, che ritenne il nome paterno ma non disusò l'altro suo nome Francesco ed ebbe per moglie Isabella di Caste1vì.

Fu lo stesso barone di Usini che nel 1599 e 1600 si adoperò per ripopolare l'abitato di Tissi, rimasto abbandonato a causa della pestilenza del 1528. Il feudatario fece costruire prima dieci case presso la chiesa di Santa Anastasia e poi altre venticinque che furono assegnate alle famiglie povere di Ossi che lì si trasferirono per ridare vita al villaggio.

Giacomo Manca III morì il 7 dicembre 1632 e il suo corpo venne seppellito nella chiesa di San Pietro di SM, dove, per onorare la memoria del marito, donna Isabella di Castelvì fece costruire un monumento tombale all'interno, della cappella di N. S. delle Grazie e nel quale, come si legge nel suo testamento del 1642, volle essere inumata dopo la sua morte avvenuta a Valenza nel 1647, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita.

Il monumento a Giacomo Manca III esiste ancora all'interno della suddetta chiesa, proprio lì dove fu collocato nel 1633, ed è costituito da una statua di marmo che rappresenta in grandezza naturale la figura dell'estinto posta in ginocchio, con le mani giunte e vestito alla spagnola.

 

Nel riquadro posto sotto la statua leggesi l'iscrizione:

 

D.O,M.
NOB. DON JACOBO MANCA OLIM DON FRAN.

MANCA VIRO DILECTISSIMO
NOB. DONA ISABEL DE CASTELVI CONIUX
PIISSIMA P.C.. ANNO MDCXXXIII

VIVIT ADHUNC QUAMVIS DEFUNCTUM
OSTENDAT IMAGO HINC DISCANT OMNES
VIVERE POST TUMULUM

 

Sulla parete opposta al monumento si trova incassata una lastra rettangolare di marmo, al centro della quale sono incisi gli stemmi delle famiglie Manca e CasteM, e vi si possono leggere le seguenti iscrizioni.

 

Sulla cornice della lapide:

 

 

HIC IACET NOB. DON JACOBUS MANCA OLIM
DON FRANCISCUS MANCA BARONIAE DE

USINI ET TISSI DOMINUS V. CAPUT DOMUS
DE MANCA MANIARUM REGIS POTENTISSIMI EQUES
AB ORE - OBIIT DIE VII - MENSIS X
ANNI MDCXXXII

Al di sopra degli stemmi:

 

VIRTUTES OMNES UNA HAC TUMULANTUR
IN URNA VIRTUTUM TUMULUS SIC MODO
VESTER ERIT

 

Al di sotto degli stemmi:

 

NOB. DONA ISABEL DE CASTELVÍ NE
CONIUGALIS SOCIETAS ET AMOR
EXIMIUS ERGA DON JACOBUM MANCA
VIRUM CARISSIMUM ET AMANTISSIMUM
MORTE DISSOLVERETUR ET UT AMBORUM
OSSA (DONEC VENIAT RESURECTIS CARN1S)
COMUNI SEPULCRO CONQUISCERENT
HUNC MARMOREUM EXURNATUM PONERE
CURAVIT ANNO DOMINI MDCXXXIII

 

Don Giacomo Manca III non ebbe figli maschi, ma soltanto una femmina di nome Maddalena che andò in sposa al cugino Gavino Manca Sasso, cavaliere di Santiago e figlio di Margherita Sasso e di don Antonio Manca de Homedes, fratello, quest'ultimo, del defun­to Giacomo III.

Don Antonio Manca de Homedes, con diploma del 21 aprile 1643, ottenne dal Re Filippo IV di Spagna il titolo di conte di San Giorgio, per cui la baronia venne trasformata in contea.

Alla sua morte, il figlio Gavino continuò la linea dei conti di San Giorgio e, dopo di lui, ebbe il titolo il figlio Francesco Manca II, marito di Maria Sanjust e padre di Antonio Manca Il, il quale, a sua volta, ereditò il feudo.

Quest'ultimo non ebbe figli e, alla sua morte, i diritti sui territori della contea furono rivendicati dall'altro ramo della famiglia nella persona di don Stefano Manca, che discendeva da quel Giacomo che partecipò, nel 1436, all'assedio di Monteleone Roccadoria e che fu il progenitore del ramo dei baroni di Usini.

Il figlio di Stefano, Antonio, fu protagonista di una lite coli il fisco che aveva ordinato il sequestro del feudo, ma, venuto a transazione, riuscì, con sentenza del 14 gennaio 1764, ad unire la contea di San Giorgio e la baronia di Ossi ai feudi di Mores e Montemaggiore, ereditati dopo la morte del padre.

In seguito, con diploma del 27 aprile 1775, ebbe infeudata anche l'isola dell'Asinara con il titolo di duca.

Il figlio Giovanni continuò la linea dei duchi dell'Asinara, e, sposatosi con donna Rosa Amat ebbe tre figli: Pietro, Anna Maria e Vincenzo.

Quest'ultimo succedette al padre e, con diploma del 1 agosto 1817, unì il titolo di duca di Vallombrosa a quelli già posseduti di duca dell'Asinara, marchese di Montemaggiore e di Mores, conte di San Giorgio e barone di Ossi. Nel 1836 si trasferì da Sassari a Torino.

Il 27 giugno 1839 fu stipulata a Torino la convenzione tra il R. Fisco e don Vincenzo Manca Amat duca dell'Asinara e di Vallombrosa per il riscatto dei feudi da lui posseduti, e cioè l'isola dell'Asinara, il marchesato di Montemaggiore, comprendente i villaggi di Thiesi, Cheremule e Bessude, il marchesato di Mores, la baronia di Ardara, la baronia di Ossi e la contea di San Giorgio comprendente Usini e Tissi. Con la stessa convenzione, i membri della famiglia Manca conservarono i titoli di nobiltà annessi ai feudi, intervennero ai parlamenti generali della Sardegna e nel corso del XIX secolo si trasferirono a Parigi.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 17-11-07