Periodo  romano

04-11-12

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Usini nel XIX secolo

 

 

 

L'ETÀ ROMANA

 

 

Nell'età del ferro la Sardegna si inserì stabilmente nei circuiti commerciali del Mediterraneo. Si instaurarono in questo periodo le relazioni economiche con i fenici che, attratti dalle risorse agricole

g e dalle ricchezze minerarie, fondarono, a partire da1 IX secolo a.C. diverse città sulle coste sarde.

I primi insediamenti stabili interessarono la parte sud-occidentale dell'isola: nei secoli IX e VIII furono fondate Nora, Sulci, Tharros e forse Bosa; nel VII secolo Carales e Bithia. Successivamente: Capo Carbonara e Olbia nel VII-VI secolo.

La Sardegna conobbe così, per la prima volta, 1a nascita di veri propri centri urbani, mentre nelle zone montuose dell'interno continuavano a persistere indisturbati i villaggi delle comunità nuragiche.

L'intervento colonizzatore dei fenici non fu vistosamente ostacolato dall'elemento indigeno. Anzi, le due civiltà., almeno all'inizio, vissero in un sereno rapporto di convivenza. Solamente più tardi a partire dal VII secolo, le città della costa vollero intraprendere una politica di penetrazione territoriale indirizzata verso le zone dell’interno. Si deve probabilmente a queste mire espansionistiche la costruzione del centro fortificato di Monte Sirai, nei pressi dell'odierna Carbonia. Più tardi, nel VI secolo, 1'avamposto di Monte Sirai fu teatro di un'aspra battaglia accesasi fra indigeni ed invasori probabilmente per questioni di egemonia territoriale.

Così, proprio quando gli interessi dei fenici iniziavano a minacciare il quieto vivere delle popolazioni nuragiche, ecco intervenire la flotta di Cartagine, la potente città punica, fortemente attratta dalle fertili terre sarde, così facilmente conquistabili e così geograficamente ben disposte per attuare un controllo politico e commerciale nell'ambito del Mediterraneo occidentale.

I primi stanziamenti punici interessarono le coste meridionali, andando ad ampliare i preesistenti centri fenici. In seguito ci fu un notevole processo di punicizzazione del territorio che interessò gran parte dell’ isola. Solo 1e zone montane, quelle della Gallura e delle Barbagie, resistevano ancora; proprio quelle popolazioni fiere e bellicose, chiuse e isolate dalla geografia del loro territorio, che continuavano a vivere secondo usi e costumi ben radicati, praticando 1'allevamento del bestiame e insistendo nella frequentazione dei nuraghi. Erano, questi, i sardi pelliti, i diretti discendenti degli stessi uomini che avevano dato vita alla gloriosa civiltà nuragica. .Ancora a lungo si opposero alle voglie ambiziose dei conquistatori stranieri e, più di altri, riuscirono a ritardare 1'irrefrenabile processo di deculturazione che determinò la fine del popolo protosardo.

Intanto, nelle zone costiere e nell'immediato retroterra, 1'integrazione tra sardi, fenici e punici faceva passi da gigante. Esistono numerose testimonianze di frequenti scambi commerciali tra sardi e cartaginesi, si diffuse 1'utilizzo della moneta africana e i vantaggi che ne derivarono furono notevoli: la Sardegna, sotto il dominio punico, conobbe un periodo di notevole sviluppo economico sociale. Peccato che, come scrive il Lilliu, «gli eredi dei nuraghi “furono trasformati nelle cose e nello spirito fino a subire una completa deculturazione”.

E molto raro ritrovare tracce di insediamenti del periodo cartaginese in territorio di Usini.

Nel 1989, il Gruppo Culturale Usinese ebbe notizia di una tomba megalitica devastata da opere vandaliche e localizzata in regione Su Acchile 'e Sa Cheia, in prossimità. del riu Mannu. L'intervento del Gruppo Culturale non fu, purtroppo, tempestivo, ma permise ugualmente di salvare dalla sicura distruzione alcuni frammenti di unguentari fittili e, splendidamente conservata, una lucerna in ceramica.

Questi reperti, esaminati dagli esperti della Soprintendenza Archeologica di Sassari, possono essere definiti tardo-punici, perché per la loro fattura dovrebbero risalire al II secolo a.C. , proprio a cavallo tra il periodo di dominazione cartaginese e la conquista. da parte dei romani.

G1i ultimi anni del dominio punico in Sardegna videro all'opera una nuova realtà militare affacciarsi nel Mediterraneo: la repubblica romana cresceva parallelamente alla potenza cartaginese e gli interessi politico-commerciali delle due città erano ormai destinati a scontrarsi.

L'occasione si ebbe presto, durante le guerre puniche. Nel 238 a.C. , approfittando di una rivolta interna accesasi tra 1'autorità centrale africana e gli stessi mercenari al soldo di Cartagine, i romani decisero di inviare nell'isola 1e loro legioni al comando del console Tiberio Sempronio Gracco, e i punici, indeboliti dalle lotte intestine, dovettero cedere i territori occupati e pagare un'i.ndennit~, di guerra di 1.200 talenti. Roma repubblicana prese, così, possesso della Sardegna, raccogliendo 1'eredità di Cartagine.

I nuovi conquistatori si trovarono di fronte due realtà economico - sociale completamente opposte tra loro: da una parte le città sardo - puniche, nelle quali vivevano commisti sardi e cartaginesi, profondamente integrati e conducenti un economia di tipo latifondista; dall'altra stavano le fiere popolazioni delle zone montuose, restie a farsi sottomettere, sentendosi, ora più che mai, minacciate dall'imperialismo di Roma che mirava ad assoggettare al più presto 1'intera Sardegna per sfruttarne il più possibile le risorse ed alimentare, così, i suoi eserciti perennemente in guerra.

Le rivolte si accesero puntuali. Nel 215 a.C. la più sanguinosa di tutte si concluse con la disfatta dei sardo-punici di Ampsicora e con la distruzione di Cornus.

I romani portarono a termine la conquista dell'isola, e tutto i1 territorio che era stato in possesso ai cartaginesi venne incamerato nell'agro pubblico di Roma. In seguito, con 1'amministrazione dei centri urbani, il loro ordinamento giuridico, lo spietato sistema fiscale e 1'efficiente rete stradale, si ebbe 1a romanizzazione di gran parte della Sardegna.

Per quanto riguarda più da vicino le vicende storiche usinesi in età romana, dobbiamo inizialmente rifarci all'elenco delle popolazioni non urbanizzate della Sardegna, che fu fatto da Tolomeo nel II secolo a.C.. In questo, tra le altre genti, figura il popolo dei coracensi, i quali dovevano fare tutti capo all'antica città di Corax, lo stesso centro che nel medioevo era denominato Coros e che dava il nome alla curatoria della quale faceva parte anche il villaggio di Usune. É, quindi, molto probabile che le genti che vissero in età romana nei territori usinesi, facessero parte proprio del popolo dei coracensi.

Accanto ai grandi latifondi stavano le medie e le piccole proprietà terriere; in queste, e ai margini di queste, si ebbe la nascita e lo sviluppo di numerosi piccoli nuclei abitativi dei quali rimangono ancora oggi le tracce sul terreno.

Nel territorio di Usini, i ruderi delle abitazioni e i cocci di argilla sono gli elementi principali che permettono di ricostruire la dislocazione degli insediamenti umani durante il periodo di dominazione romana.

Infatti, nonostante nessuna regione dell'agro usinese sia stata menzionata dall'Itinerario Antoniano o dalle altre fonti classiche che si preoccuparono di tracciare una carta dei centri abitati e della viabilità della Sardegna romana, possiamo ugualmente attribuire al territorio una rilevante quantità di minuscoli villaggi che dimostrano un'intensa e duratura frequentazione della zona. Le regioni interessate furono diverse ed alcune di esse conobbero un intenso sviluppo. Il fatto che alcuni stanziamenti continuarono a sussistere in pieno medioevo è dimostrato dai cocci di materiale ceramico disseminati nei campi, dove, accanto a frammenti caratteristici dell'età repubblicana, si riconoscono, più numerosi, reperti di età imperiale, accompagnati, a loro volta, da altri manufatti prodotti in periodo alto medioevale.

L'esplorazione archeologica condotta dal Gruppo Culturale Usinese , a partire dal 1986, ha portato ad una serie di risultati apprezzabili, che hanno visto il vivo interessamento della Soprintendenza Archeologica di Sassari.

Appare subito, all'esame dei dati ottenuti, che le zone più intensamente frequentate e dove in misura maggiore è stato possibile effettuare ritrovamenti, sono da localizzarsi a nord-ovest dell'attuale abitato di Usini. Si tratta di un'ampia regione che nel medioevo veniva chiamata Largaria., essendo costituita da paesaggi più o meno pianeggianti, con pochi rilievi collinari e distinta da terreni fertili e particolarmente fruibili alla coltivazione, anche per la presenza di sorgenti naturali e di falde acquifere de1 sottosuolo. Inoltre, la romanizzazione della zona appare provata anche dalla disposizione geometrica delle carrarecce e delle mulattiere che servono il territorio e che si incontra,no tra loro perpendicolarmente, andando a costituire un sistema viario che ricorda molto il tipico reticolato di strade dei centri romani.

Le numerose tracce dell'esistenza di insediamenti fissi, costituite dai soliti cocci di terracotta rintracciabili sul terreno e dai blocchi di pietra perfettamente squadrati, parti di antichi edifici che, sovente, si possono vedere incastrate nei muretti a secco di delimitazione agraria, ci permettono di localizzare alcuni villaggi romani nelle regioni di Sa Longhera, Sa Iddazza, Sas Giorras, Monte Ozzastru, Tanarighes, Santa Caterina e Tomestighes.

Da questi luoghi provengono resti di macine, mortai, pestelli, pesi di telaio e fusarole; a dimostrazione di fiorenti attività. in campi strettamente legati all'agricoltura e all'arte della tessitura. Importanti scoperte si sono avute in località Pianu 'e Rughes dove, in occasione di lavori di rimboschimento, è stata. ritrovata una stele litica trapezoidale, riportante un'iscrizione funeraria attribuibile ad un individuo deceduto all'età di quattordici anni, e risalente al II secolo d.C.

Inoltre, è stata riportata. alla luce una vasca-cisterna di forma quadrangolare, a due scomparti, e provvista di due fosse di decantazione, che, probabilmente, serviva per la conservazione di provviste alimentari. Sono stati anche isolati resti di strutture murarie e numerosissimi sono i cocci di argilla sparsi sul terreno. Tra questi, si riconosce un elevato numero di fondi e altri frammenti di anfore vinarie di età repubblicana, che documentano antiche ed intense produzioni agricole. Un'altra regione notevolmente interessata da stanziamenti di età romana è, indubbiamente, quella di San Giorgio dove, nei pressi dell'omonima stazione ferroviaria, è possibile incontrare i ruderi di un ponte romano a più archi, distrutto dalla furia delle acque del riu Mannu, ma ancora integro intorno al XVI secolo. Del ponte di San Giorgio restano soltanto la testata sulla riva destra, con Io spunto dell'arcata, e, al centro del fiume, parte del pilone centrale con ossatura di calcestruzzo.

Poco lontano daI suddetto ponte, proseguendo in direzione sudest e addentrandoci in territorio usinese, si notano alcuni tratti di massicciata di strada romana, nella quale sono ancora evidenti i solchi lasciati dalle ruote dei carri in transito. La strada romana di San Giorgio non è citata dalle fonti scritte, ma doveva costituire una diramazione della via principale della Sardegna romana, quella che andava da Turris Libisonis (Portotorres) fino a Carales (Cagliari). Non è escluso, d'altra parte, un collegamento tra il ponte romano e la famosa via Grekisca, trafficatissima nel medioevo, che doveva snodarsi poco distante dal punto di confluenza tra il riu Mannu e il riu Mascari.

A poche decine di metri dalla strada romana, quasi dirimpetto alla chiesa romanica di San Giorgio, sono visibili, incassati su di un lieve pianoro, i resti di una casa romana di forma quadrangolare, della quale restano soltanto le pietre di fondazione e le lastre litiche che ne formavano il pavimento.

Sempre in regione San Giorgio, è visitabile la grotta naturale detta Sa Miniera, dalle cui pareti interne sgorga una buona qualità. di argilla. Molto probabilmente, la cavità assicurava, nell'antichità, la materia prima per la produzione locale dei manufatti ceramici. Quasi a dimostrare quest'ultima ipotesi, poco lontano, si erge ancora, parzialmente integro, un antichissimo forno per la cottura dell'argilla. Questa struttura, costituita da pietre rozze e da altre squadrate, ha ingresso architravato e si trova in regione Monte Unturzu, vicinissimo al nuraghe omonimo del quale abbiamo già discusso nel precedente capitolo.

Continuando nell'esplorazione archeologica del territorio usinese, facciamo riferimento ad altri resti di villaggi romani rinvenuti nelle località: Conca Ezza, Sant'Andrea, Sant' Iperadu, S'Abbadosu 'e Sa Tanca, Su Rinatolu e, infine, Ruinas, dove sono presenti ancora in situ due urne cinerarie in pietra.

Un'altra prova della romanizzazione dell'agro è data dall'utilizzo che si fece nei commerci delle monete romane. Tra le tante, tutte di età imperiale, ne distinguiamo alcune che commemorano l'imperatore Augusto, e altre che furono coniate ai tempi di Germanico, Probo e Massenzio.

Per concludere, anticipiamo il fatto che resti ceramici di età romana sono stati rinvenuti anche nell'abitato di Usini. Di questo discuteremo meglio nei prossimi capitoli.

 VERSO L'ETA' GIUDICALE

 Le negative conseguenze derivanti dalla crisi dell'impero romano d'occidente investirono indirettamente anche la Sardegna, dove ci fu un vistoso calo degli scambi commerciali ed un relativo arresto dello sviluppo economico. Inoltre, si faceva sempre più vicina e insistente, la minaccia di invasione da parte dei vandali, i quali avevano già occupato la parte settentrionale dell'Africa.

La situazione, già piuttosto precaria, veniva ulteriormente aggravata dalle frequenti scorrerie dei pirati a danno delle città costiere dell'isola.

Verso il 455, dopo la morte dell'imperatore Valentiniano III, Genserico, re dei vandali, si dichiarò capo supremo della Sardegna, della Sicilia e della altre isole minori dell'impero. Tra il 456 e il 460 la Sardegna cadde, di fatto, in mano ai vandali.

Con la dominazione vandalica le terre sarde conobbero un grave processo di decadimento dell'economia e delle istituzioni, ed allo stesso tempo si acuì il distacco dall'autorità imperiale non più capace di assumerne le difese. La dominazione dei vandali ebbe fine nel 534 quando, in seguito alla battaglia di Tricamari, la Sardegna cadde sotto la sovranità. di Bisanzio, la capitale dall'impero romano d'oriente, divenendo così una delle sette province africane costituite dall'imperatore Giustiniano. Il governo dell'isola venne affidato ad un Praeses, competente per gli affari civili, che aveva sede a Carales. A capo dell'apparato militare venne posto un dux, che risiedeva a Forum Traiani, 1'attuale Fordongianus.

Nel periodo di dominio bizantino non ci furono in Sardegna sostanziali cambiamenti; infatti, nonostante una discreta ripresa dei commerci e dei traffici marittimi, 1'isola fu costantemente traviata da pesanti e rapinosi tributi e da esazioni di ogni genere che non giovarono al risanamento del già traballante sistema economico-sociale.

I nuovi conquistatori, con 1'intento di risolvere i difficili rapporti di convivenza. con le popolazioni dell'interno, concentrarono ai piedi delle zone montuose gran parte delle risorse militari, lasciando però sguarnita la fascia costiera, sulla quale si accanirono, con frequenti scorrerie, prima g1i ostrogoti, poi i longobardi e, infine, i saraceni. Solo più tardi, con il papato di Gregorio Magno (590-604), si fecero sentire i riflessi positivi della politica di Bisanzio, soprattutto nella cultura, nella religione e nelle arti. L'architettura bizantina si diffuse in tutta 1'isola con 1'edificazione di nuove chiese e monasteri, come ad esempio 1'oratorio di San Giovanmi di Assemini, il santuario di Santa Maria di Bonarcado e la chiesa di San Nicolò di Trullas presso Semestene.

All'età bizantina si dovrebbe far risalire la frequentazione della chiesa rupestre di Santa Caterina, che presumiamo si debba localizzare nell'ambito dell'attuale territorio comunale di Usini. Chiesa rupestre vuol dire chiesa nella roccia o chiesa scavata nella roccia; una delle grotte naturali esistenti in regione Santa Caterina venne aperta al culto nell'alto medioevo e continuò ad esserlo fino al basso medioevo, perché di tale periodo è una scultura raffigurante un frate francescano, forse San Bonaventura, che , è stata ritrovata nella zona.

Un'altra inequivocabile traccia della dominazione bizantina nel territorio può essere costituita dalla cosiddetta via. Grekisca, una strada, 1'unica costruita dai greci in Sardegna, che rivestì particolare importanza nell'alto medioevo e della quale si hanno precisi riferimenti in alcuni documenti del XII secolo contenuti nel Condaghe di San Pietro di Silki. Conosciuta anche come bia de grecos, si snodava nei pressi del villaggio medioevale di Torricla, in agro di Usini, e costituiva una diramazione della via maiore, ovvero 1'arteria principale della viabilità sarda, costruita in epoca romana, che collegava Carales con Turris Libisonis.

Con gli inizi dell'VIII secolo diventarono frequentissime le incursioni piratesche arabe a danno dei lidi sardi. Dal 627 gli arabi avevano occupato la Sicilia e, come conseguenza, la Sardegna venne a trovarsi isolata dall'autorità imperiale.

Avvenne in questo periodo il massiccio esodo delle popolazioni costiere verso le zone dell'interno. Scomparvero i centri dei traffici e dei mercati e si ritornò ad un'economia esclusivamente agropastorale.

Con la polverizzazione degli agglomerati urbani, si ebbe la nascita di nuovi insediamenti sparsi.

Tutto questo mentre la Sardegna si affacciava alle soglie dell'età. giudicale.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 04-11-12